Con questo articolo si conclude il racconto dei miei giorni trascorsi nello Shimanami Kaido, nonché della mia vacanza in Giappone del 2019. Come nei precedenti viaggi nella Terra del Sol Levante datati 2015, 2016 e 2017, non è stata facile impresa mostrare le tante esperienze vissute in quella terra lontana. Ciononostante, il mio personale racconto di quei giorni intende essere più un viaggio nella memoria che un reportage turistico perciò è sempre un compito ben gradevole da svolgere. Lo è particolarmente nel caso specifico poiché l’ultima giornata trascorsa nello Shimanami Kaido rappresenta certamente una delle più belle e stimolanti esperienze vissute in Giappone. Devo tale giudizio a tre isole che rispondono al nome di Yuge, Sa e Ikina.

Ai più attenti lettori non sfuggirà che le tre citate isole non sono collegate alla terra ferma tramite gli ormai famosi ponti che creano il percorso ciclabile dello Shimani Kaido. Yuge, Sa e Ikina si trovano, infatti, a sud della grande isola di Innoshima e sono raggiungibili solo via mare. La loro particolarità è, però, di essere collegate da due ponti che facilitano il passaggio fra una e l’altra. E’ proprio questa serie di caratteristiche ad avermi incoraggiato a visitarle accettando il consiglio dei ragazzi dello Shimanami Guesthouse CYCLO NO IE in cui alloggiavo ad Imabari.

Per prima cosa, mi sono imbarcato la mattina presto sul battello che, partendo da Imabari, svolge servizio di collegamento fra le numerose isole dello Shimanami Kaido: destinazione la cittadina di Habu sull’isola di Innoshima. L’occasione è stata ovviamente propizia per offrirmi un nuovo panorama sull’arcipelago, diverso dal punto di vista avuto fino a quel momento pedalando sulle isole.

Arrivato a destinazione, ho preso in consegna una bici presso la locale stazione di noleggio pubblico ed ho pedalato fino all’estremità sud dell’isola ove parte il piccolo traghetto che collega l’isola di Innoshima con quella di Yuge.

Sono così giunto nel piccolo paese di Kamiyuge che mi ha subito regalato l’emozione del “Kitchen 313 Kamiyuge“, una sorta di panetteria/forno artigianale che, nascosto in un dedalo di stradine, ho scoperto solo grazie al profumo che aleggiava nell’aria. Qui mi sono ritrovato in un contesto difficile da raccontare: la porta d’ingresso troppo bassa per me, il piccolo locale in legno occupato da tre anziane signore che sembravano appena uscite da un manga ed intente a razziare il negozio, i cestini di paglia intrecciata, il pane ed i bagel appena sfornati, il loro profumo e soprattutto i titolari, Maki e Shuhey, che mi hanno accolto come un amico di vecchia data nonostante la sorpresa di vedermi nel loro locale. Posto qualche foto scattata in quei momenti, consapevole che non possano esprimere le emozioni provate.

Da Kamiyuge sono risalito verso nord fino ad imbattermi nel tempio di Takahamahachiman. Piccolo ma ben curato e ricco di dettagli decorativi di grande fascino, questo luogo di culto era ulteriormente impreziosito dall’essere collocato praticamente sulla spiaggia. Proprio questa caratteristica ha fatto sì che tale luogo si imprimesse profondamente nella mia memoria grazie a suggestioni legate all’atmosfera, alla luce ed ai colori protagonisti degli istanti da me trascorsi in quel tempio.

L’esplorazione dell’isola di Yuge è proseguita lasciando che le due ruote mi portassero liberamente dove volessero. E’ così che sono passato per luoghi che non saprei collocare precisamente sulla mappa ma che mostro qui di seguito grazie ad alcune foto che, spero, sappiano essere all’altezza dei miei ricordi.

Meta principale è stata ovviamente la cittadina di Yuge che da il nome all’isola stessa. La natura del luogo si distingue da quanto usuale in Giappone per la gran quantità di case che si potrebbero definire “storiche”. Nelle viuzze di Yuge, infatti, si concentrano un gran numero di edifici in legno, dall’aspetto datato ma ben tenute che creano un contesto del tutto particolare. Certamente non stiamo parlando di costruzioni storiche secondo l’eccezione europea del termine ma sicuramente Yuge si distingue non poco dalla maggior parte dei centri abitati giapponesi che sono il risultato della speculazione edilizia degli anni ’60 e ’70. Comprati alcuni beni di conforto in un mercatino locale, mi sono gustato un meritato pranzo da asporto in un parchetto sulla spiaggia.

Sono arrivato sull’isola di Sa grazie al ponte che la unisce con quella di Yuge e da lì ho percorso il versante occidentale dell’isola che, praticamente disabitato, offre alcune incantevoli insenature dalle spiagge praticamente incontaminate. E’ soprattutto la vegetazione lussureggiante, dal verde inteso a creare un contesto tropicale di indubbio fascino.

Orami tardo pomeriggio, sono passato sull’isola di Ikina grazie ad un secondo ponte ed ho raggiunto l’omonima cittadina da cui ho preso il traghetto che mi ha riportato ad Habu.

Da qui ho preso il battello dell’andata che mi ha riportato ad Imabari all’imbrunire.

Si è così conclusa la mia vacanza nello Shimanami Kaido. Il giorno successivo, sotto una pioggia torrenziale, ho preso il treno che mi ha portato ad Osaka ove mi sono imbarcato sullo Shinkanzen con destinazione Tokyo. Non so se mai tornerò in questa parte del Giappone (non mancherebbero ancora tante cose da vedere) ma l’esperienza è stata splendida sotto ogni punto di vista e non posso che consigliare l’area a tutti coloro che volessero visitare una parte poco nota del Giappone.