Aero Journal 61 01

Prosegue sulla rivista in oggetto il dossier iniziato col n.59 e dedicato alla campagna di bombardamenti notturni contro Berlino. Anche questo secondo articolo è di lettura coinvolgente e di chiarezza esemplare. Con una maestria narrativa encomiabile, le strategie decise ai sommi vertici politici e militari inglesi vengono amalgamante alle esperienze degli avieri sul campo. La visione degli eventi su due piani tanto distinti permette al lettore di avere una piena consapevolezza dei drammi umani e del cinismo insito in una campagna terroristica che aveva ben poco di militare.

Non intendo essere frainteso, i bombardamenti tesi alla distruzione delle città e l’annientamento del maggior numero di civili possibile è uno degli innumerevoli aspetti abominevoli di qualunque guerra moderna. Quanto è oltremodo inconcepibile ed aberrante è l’accanimento di Arthur Harris, comandante in capo del Bomber Command, sul perseguire questa strategia di annientamento nonostante fosse sempre più evidente che i bombardamenti notturni non sortivano lo sperato effetto di piegare la popolazione tedesca e costringere la Germania alla resa. Harris aveva la pretesa di vincere la guerra con i soli bombardamenti. Il suo accanimento nel voler perseguire tale successo a qualunque costo trascende la razionalità per scadere nell’ossessione e nel culto personale. Già nel 1944 era evidente che tale strategia si traduceva soltanto in un diabolico macello senza vie di uscita ma Harris continuò imperterrito pur di non dover ammettere il suo errore di valutazione. La cosa è ancor più drammatica se si pensa che tutto ciò si traduceva non solo in devastazioni e vittime civili tedesche ma anche nell’inutile sacrificio di centinaia di aviatori britannici. Basti pensare che i modelli più obsoleti di bombardieri inglesi (per esempio, Halifax e Stirling) erano costretti al servizio attivo tanto per aumentare la capacità distruttiva di ogni singolo raid su Berlino quanto per sacrificarli scientemente alla Nachtjagd tedesca, salvaguardando così i più moderni e preziosi Lancaster. Nell’articolo non vengono dimenticati i piloti tedeschi, sottoposti a stress indicibile soprattutto nell’autunno/inverno 1943. In questo periodo i raid inglesi aumentarono sensibilmente allo scopo di approfittare delle lunghe notti e del meteo esecrabile per colpire a morte la capitale tedesca. Le incursioni erano pianificate con condizioni atmosferiche pessime al fine di impedire alla caccia notturna di alzarsi in volo ed intercettare i bombardieri inglesi. L’articolo non perde occasione per raccontare le difficoltà e le missioni al limite del suicidio a cui erano costretti i piloti tedeschi. Essi operavano quasi alla cieca e con gli aerei appesantiti dal ghiaccio che si formava lungo tutta la superficie del velivolo.  Furono tali condizioni estreme a determinare il fallimento della strategia Wilde Sau (cinghiale), l’impiego di caccia diurni monomotore guidati dai radar e dai proiettori. Al sopraggiungere dell’inverno, i piloti addestrati al volo diurno risultarono incapaci di gestire il puro volo strumentale tanto che, soli e smarriti, furono moltissimi a schiantarsi al suolo. Mi auguro il terzo ed ultimo articolo della serie venga presto pubblicato su un prossimo numero di  Aéro-journal in  quanto era da tempo che non mi capitava di leggere un dossier tanto interessante e coinvolgente.  Concludo segnalando il breve ma esauriente articolo sui caccia a reazione di seconda generazione in corso di progettazione da parte degli ingegneri tedeschi al sopraggiungere della fine della guerra. Lo scritto si dedica (giustamente) ai soli progetti realisticamente destinati all’effettiva produzione fra cui il Me-P.1101 ed il Ta-183.

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