“GHOST IN THE SHELL” di Rupert Sanders

locandina Ghost in the Shell A

Per un appassionato di animazione come me non è stato facile approcciarsi a questo film. L’impresa è stata resa ancor più difficile dal fatto che sono un fan sfegatato del manga Ghost in the Shell e delle trasposizioni animate di cui questo film hollywoodiano nient’altro è che la versione dal vivo. Date queste premesse, penso sia comprensibile il mio forte scetticismo relativamente alla buona riuscita di questo film. Scetticismo non solo dovuto al valore dell’opera di partenza ma anche dai pessimi precedenti di cui è costellata la storia del cinema. I disastrosi risultati qualitativi di pellicole come “Hokuto no Ken” e “Dragon Ball” dimostrano quanto difficile sia conciliare la fame di incassi del cinema main stream con i fumetti nipponici a cui si ispirano. Non sia mai detto, però, che io mi lasci volontariamente condizionare da pregiudizi perciò mi sono recato a vedere il live movie di “Ghost in the Shell” fin nel primo week end di programmazione. In tale impresa, sono stato decisamente incoraggiato dall’evidente sforzo finanziario e pubblicitario che ha supportato il progetto in questione.

In quanto sincero appassionato della saga a fumetti ed animata di “Ghost in the Shell” ma anche forte di una passione che non è tale da accecarmi di fronte ai pregi di un prodotto di qualità, permettetemi di dire che il film in questione è un pieno successo. Di sicuro la miglior trasposizione dal vivo che, ad oggi, sia mai stata fatta di un prodotto d’animazione giapponese. Le ragioni di questo giudizio sono, a mio parere, innumerevoli. A titolo puramente esemplificativo mi divertirò ad elencarne alcuni qui di seguito pur facendo presente la necessità di comprendere l’importanza di accettare alcuni compromessi. Essi, infatti, sono inevitabili nel momento in cui si intraprende la non facile impresa di trasferire un’opera creativa dal mezzo di espressione originario (il fumetto) ad un altro. Del resto questa “riduzione” era già stata necessaria nel momento in cui il regista Oshii fu chiamato a realizzare il meraviglioso film d’animazione Ghost in the Shell” del 1995 traendo spunto dall’omonimo manga di Masamune Shirow serializzato a cominciare dal 1989. Anche considerando i due seguiti del 2001 e del 2003 (rispettivamente “Manmachine Interface” e “Human-Error Processor”) il fumetto di Shirow resta un’opera monumentale condensata in pochissimi episodi. Come tipico di questo stravagante autore, ogni singola pagina del suo manga impone il dovere ed il piacere di essere letta e riletta per avere qualche possibilità di cogliere tutte le informazioni ed i dettagli in essa contenuti. È evidente che una tale mole di materiale necessitava di una accurata selezione e semplificazione di cui si fece carico Oshii realizzando un film d’animazione di grande potenza che favorì come pochi altri l’imporsi in tutto il mondo dell’animazione giapponese d’autore. In ambito fantascientifico esiste un prima ed un dopo il “Ghost in the Shell” di Oshii e non è un caso che i fratelli Wachowski, autori del famoso “Matrix” del 1999, definirono il loro film un omaggio a “Ghost in the Shell”.

Il “Ghost in the Shell” di Sanders è, prima di tutto, la versione dal vivo del “Ghost in the Shell” di Oshii. È, in un certo senso, la “riduzione” di una “riduzione”. Ciò non deve sorprendere, il “Ghost in the Shell” di Oshii è un film dalla profondità troppo autoriale e dai tempi troppo dilatati per poter essere replicati in un film main stream. Ciò non deve far credere che il risultato non sia di qualità. Questo “Ghost in the Shell” è un ottimo prodotto sotto innumerevoli punti di vista:

  • prima di tutto è una trasposizione rispettosa dell’originale. Dote rarissima! Il mondo di “Ghost in the Shell” cartaceo ed animato viene trasposto dal vivo con una cura maniacale per ogni dettaglio. Di fatto è come se ci si immergesse direttamente nelle tavole del fumetto ancor più che nei fotogrammi del film animato. Ciò permette di creare un’ambientazione estremamente convincente, dotata di elementi straordinariamente futuristici nonostante siano passati quasi trent’anni dalla loro ideazione;
  • fattore ancor più importante, non viene tradito il fulcro principale della storia originale: i confini della propria umanità al momento di una sempre più invasiva fusione con la tecnologia. Ricordo che il titolo stesso è un’allegoria della protagonista che, in quanto cyborg (solo il cervello proviene dal suo corpo originario), rappresenta uno spirito (il ghost, da non intendere come un’anima in senso religioso ma come l’insieme di emozioni e pulsioni più tipicamente umane) in un guscio (lo shell, rappresentato dal corpo artificiale);
  • il rispetto per l’originale si concretizza visivamente in una serie di scene girate esattamente come nel “Ghost in the Shell” di Oshii. Cito a memoria: la creazione della protagonista, l’incursione nella sala con le geishe robot, la lotta con il netturbino dalla mente hackerata, l’immersione in mare e il combattimento finale contro il carro armato a forma di ragno. A memoria si tratta di qualcosa di assolutamente nuovo, non ricordo che in pellicole precedenti sia mai stato fatto nulla di simile. Tale aderenza con l’originale è così viva da esprimersi anche in riprese secondarie come ad esempio quella che, dal basso, mostra il passaggio di un aereo futuristico nel cielo racchiuso fra le cime dei grattacieli. Non mancano nemmeno piccoli cammei come quello del cane bassotto, presenza costante ed allegorica nel “Ghost in the Shell” di Oshii. Tutto ciò dovrebbe entusiasmare ogni appassionato perché realizzato non come un becero plagio ma come un omaggio dettato dalla pura ammirazione per il lavoro di Oshii. Ne consegue che quanto di più irritante rischiava di essere presente nel film dal vivo diventa, grazie all’onestà del regista, uno dei suoi punti di forza;
  • a determinare il definitivo successo del “Ghost in the Shell” di Sanders è il fatto che tutto quanto precede non priva di originalità il film che, al contrario, è dotato di una propria identità. Esso, infatti, si discosta dalla storia narrata nel “Ghost in the Shell” di Oshii modificandola in modo innovativo ma garantendo alla pellicola una qualità tale da restare degna parte dell’universo di “Ghost in the Shell”. Emblematico, a mio parere, è tutto quanto relativo al cambio di nome della protagonista ed alle ragioni correlate.

Ovviamente non mancano difetti, probabilmente più percepibili ad un conoscitore dei trascorsi sopra elencati piuttosto che allo spettatore comune. Voglio comunque citarne alcuni benché non inficino minimamente il valore dell’opera:

  • la protagonista, il Maggiore Motoko Kusanagi, è interpretata da Scarlett Johansson. La scelta di un’attrice così nota al grande pubblico ha l’evidente ragione di favorire il successo del film ma non deve far credere che ne comprometta la qualità. L’attrice è molto brava, ha ben compreso il personaggio e lo interpreta in modo molto convincente. Impresa, questa, tutt’altro che facile sotto molti punti di vista. L’unico problema è che la Johansson non ha l’imponenza fisica del Maggiore come rappresentato nel manga ed in animazione. L’attrice è di corporatura minuta e ciò impedisce che nel film se ne percepisca efficacemente la pericolosità. Ci sarebbe voluta una Sigourney Weaver di qualche anno fa o la Anne Parillaud di “Nikita”;
  • Ghost in the Shell” è prima di tutto un’opera corale incentrata su tutti i membri della Sezione 9 creata per contrastare il crimine informatico. Il film, invece, ruotando intorno al personaggio del Maggiore, lascia poco spazio a Batou, suo braccio destro, e relega al ruolo di comparse Togusa ed agli altri elementi del team. Si tratta di una scelta comprensibile per questo primo film ma spero sia opportunamente modificata negli eventuali seguiti. Unica eccezione è rappresentata da Aramaki, interpretato da un (forse) troppo imbolsito Takeshi Kitano;
  • È interessante rilevare come la versione dal vivo di “Ghost in the Shell” abbia portato con sé non solo un gusto più occidentale nella gestione dello stesso ma anche una sorta di adattamento all’americana che, benché non tale da compromettere l’opera, è comunque interessante segnalare. Come amaramente insegna non solo il passato ma anche la stretta attualità, gli Americani sono ossessionati dal “sogno americano” e, quindi, dall’uomo eccezionale che si autodetermina. In concreto, questa illusione tipicamente statunitense è alla base dell’imperituro successo dei supereroi Marvel e DC, superuomini dai poteri unici. Più in generale ciò si concretizza in uno spiccato individualismo che, a livello narrativo, cozza con la visione decisamente orientale (e particolarmente nipponica) dell’individuo come parte di un gruppo in cui trova una completezza che singolarmente sarebbe irraggiungibile. Gli effetti di questo diverso punto di vista si trovano anche in questo “Ghost in the Shell”. Nel manga ed in animazione, Motoko Kusanagi ha un corpo tecnicamente molto avanzato ma non è un esemplare unico. Moltissime altre persone vivono come lei in un corpo meccanico che funge da custodia al cervello originario. La sua eccezionalità, quindi, non risiede nella tipologia di cyborg a cui appartiene. Nel fumetto veniva addirittura spiegato come fosse stata dotata di un viso dal design standard affinché non fosse possibile distinguerla dalla massa dei comuni cyborg (con conseguenti ripercussioni psicologiche considerando che così facendo viene a mancare uno dei fattori decisivi nell’identificazione di una persona come tale). In questo film, invece, Motoko è la prima della sua “specie”. È il primo esperimento riuscito di trapianto di un cervello umano in un corpo artificiale. In quanto tale è straordinaria, unica, dotata di capacità che, da un certo punto di vista, la possono qualificare come un supereroe.

Concludo questo infinito sproloquio, consigliando a tutti la visione di questo film. Esso non solo è una degna costola dell’opera originaria ed un ottimo esempio del quasi dimenticato genere cyberpunk ma, soprattutto, è un film di fantascienza come non se ne vedevano da anni. Se non eguaglierà l’impatto di “Blade Runner” nella cultura popolare sarà solo perché la Storia del cinema è già stata fatta dal “Ghost in the Shell” di Oshii.

locandina Ghost in the Shell B

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Informazioni su Andrea

Fervente modellista da tanti anni, mi destreggio fra la passione per la storia militare e l'amore per i cavalli e la natura. Convinto sostenitore della mobilità alternativa a piedi ed in bicicletta, cerco sempre nuove mete che mi arricchiscano nel corpo e nello spirito.
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2 risposte a “GHOST IN THE SHELL” di Rupert Sanders

  1. Andrea ha detto:

    Recensione davvero interessante e appassionata, mi ha fatto venire voglia di vedere il film nonostante avessi forti (e, a questo punto, ingiustificati) pregiudizi!

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