The Mule locandina

È da tempo che io ed il buon Clint viviamo un rapporto assai conflittuale. Con alti e bassi tipici di una vecchia coppia consolidata dal tempo, l’ho idolatrato nei film di Sergio Leone, apprezzato in gran parte dei suoi ruoli in film reazionari come quelli del ciclo dell’Ispettore Callaghan, ammirato come regista de “Gli Spietati”, “The Million Dollar Baby” e “Gran Torino” per restare indifferente ai suoi vari biopic fino alla delusione di “American Sniper”che mi ha spinto ad ignorare totalmente “Ore 15:17 – Attacco al treno”. Non ha migliorato le cose l’intervista a Barack Obama (rappresentato da una sedia vuota) che Clint Eastwood ha simulato nell’ultima campagna elettorale che ha portato Donald Trump ad insediarsi alla Casa Bianca.

È inutile negarlo, il mio amore per Clint Eastwood è inversamente proporzionale a quanto lui si dimostra Repubblicano. Ciononostante, come in ogni grande amore, sono pronto a perdonargli qualunque cosa nel momento in cui ci regala film intensi come quello in oggetto. “The Mule” (permettetemi di dimenticare il banale titolo dell’edizione italiana) è un’opera in cui il buon Clint si mette a nudo come mai avvenuto prima. Il fatto di cronaca alla base della storia narrata (l’arresto di un novantenne prestatosi come corriere della droga) è solo un pretesto per raccontare rapporti familiari distrutti da egoismi ed incomprensioni che, ne sono convinto, hanno una base fortemente autobiografica. Il nostro protagonista è uno dei tanti uomini e donne che hanno sacrificato la famiglia sull’altare del proprio lavoro. Se, però, ciò è comunemente associato a rampanti businessman di grandi multinazionali, qui ci troviamo di fronte un uomo che ha dedicato la sua vita alla coltivazione di un raro e bellissimo fiore che sboccia solo per pochi giorni. Permettetemi di considerare quest’attività così inusuale ed effimera come una metafora della carriera artistica di Clint Eastwood. La passione di quest’uomo per i suoi fiori e per la notorietà di cui gode nell’ambiente dei floricultori, lo ha portato ad allontanarsi dai suoi famigliari con cui non parla da quando non si presentò al matrimonio della figlia. Sarà la crisi economica ed il matrimonio della nipote ad innescare una serie di eventi e di casualità che porteranno il protagonista tanto a scelte estreme quanto a riconsiderare tutta la sua vita, cercando di rimediare agli errori fatti senza mai negare le proprie responsabilità. È il Tempo ad essere il Deus Ex Machina di questa emozionante quanto spietata valutazione di tutta una vita. Tempo preziosissimo per il protagonista, consapevole del fatto che la vecchiaia non gliene lascia molto per rimediare agli errori fatti. Errori che avrà la saggezza di non ripetere, chiedendo perdono con fatti e parole sincere; perdono non sminuito dal tentativo di giustificarsi con sé stesso e gli altri. Tutto quanto precede non faccia credere che“The Mule” sia un film sdolcinato e buonista. Avendo la pellicola una forte componente autobiografica, non può che rispecchiare il carattere spigoloso del regista che interpreta un personaggio coraggiosamente onesto con sé stesso e gli altri, non scevro da difetti e contraddizioni, dal cuore sensibile ma non per questo propenso alle lacrime (nemmeno al capezzale della moglie morente). Non mancano frecciate alle nuove generazioni accusate di consumismo esacerbato, di incapacità manuale, di rimbambirsi di fronte agli Smart Phone e di non sapersi godere la vita, indipendentemente che si tratti di poliziotti o narcotrafficanti. Clint sa anche essere franco con la sua generazione dipingendola come incapace di sottrarsi ad una forma mentis non politically correct che li rende obsoleti sottintendendo che, a causa di questo, dovrebbero influire il meno possibile sulle scelte destinate a condizionare il futuro di un paese.

Sono convinto che queste poche parole siano capaci di dimostrare i numerosi ed importanti temi di cui “The Mule” è pregno. Film che suggerisco di considerare una sorta di testamento artistico di Clint Eastwood. Sarebbe bello sapere se quest’opera tanto personale voglia essere un appello ai propri famigliari a perdonarlo per discutibili scelte passate oppure la rappresentazione di quanto già avvenuto in famiglia. In ogni caso vorrei concludere con un elogio ad un uomo ed un artista che, a differenza di molti altri suoi collegi, non intende scadere in una ridicola dissimulazione della propria età incarnando un protagonista più giovane. Al contrario dà vita ad un personaggio suo coetaneo senza nascondere gli impedimenti fisici dettati dall’età.

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