Aero Journal 64

Come si evince chiaramente dalla bella copertina realizzata da Piotr Forkasiewicz, l’articolo principale di questo numero di  Aéro-journal è dedicato all’Hs-129, l’unico aereo della Luftwaffe specificatamente progettato per la lotta anticarro. Questo velivolo ha bisogno di ben poche presentazioni. Date le sue innumerevoli unicità è assai noto a tutti gli appassionati di aeronautica militare anche se non è paragonabile per notorietà allo Stuka G-2 che godette dei favori della propaganda di regime grazie agli exploit di Hans-Ulrich Rudel. Fu nell’ombra dell’attività sul campo che l’Hs-129 seppe guadagnarsi la benevolenza dei suoi piloti, la riconoscenza della fanteria amica ed il timoroso rispetto dei suoi avversari. Il lungo dossier contenuto nella rivista in oggetto ha proprio lo scopo di fare luce non solo sullo sviluppo del velivolo ma anche e soprattutto sulla carriera operativa di un aereo che, per numero esiguo di esemplari costruiti e l’estrema specializzazione, troppo facilmente viene bollato come una delle tante stravaganze militari in cui i tedeschi dispersero le poche risorse disponibili nel corso della Seconda Guerra Mondiale. L’Hs-129 non merita proprio questo destino e a dimostrarlo è il numero impressionante di vittorie ottenute che ne fecero un vero e proprio pompiere del fronte intervenendo nei settori più a rischio ove la fanteria tedesca subiva i colpi delle virtualmente inesauribili forse corazzate sovietiche.

Come sempre non è questo il posto ove entrare nei dettagli ma consiglio vivamente a tutti gli interessati di leggere l’articolo in questione che, composto da ben 30 pagine, è così ben scritto ed approfondito da garantire una lettura appassionata e l’acquisizione di una serie di informazioni tanto interessanti quanto sorprendenti. Oltre ad un’attenzione tecnica che non scade mai nel noioso nozionismo, il lettore è sapientemente accompagnato al fronte ove si troverà anch’egli al posto di pilotaggio di un Hs-129 B  scoprendo la difficoltà e la pericolosità delle missioni di attacco al suolo espressamente dedicate alla lotta anticarro. Poiché è a 90° che un proiettile perforante ha il massimo di potenzialità distruttive, gli Hs-129 dovevano approcciare il bersaglio picchiando a 30° poiché il fianco di un T-34 sovietico era composto da corazze inclinate a 60°. Il rischio di impatto al suolo, o con il bersaglio stesso, era altissimo data la velocità dell’aereo e gli attacchi ravvicinati a cui erano costretti. Gli Hs 129 B, infatti, dovevano volare a bassa quota perché la forza cinetica del proiettile anticarro colpisse il bersaglio con la spinta necessaria a perforarne la corazza. Sovente gli attacchi erano portati a soli due metri da terra! Il tutto senza dimenticare la contraerea avversaria. Fu solo la cellula fortemente corazzata avvolgente l’abitacolo e la capacità dell’aereo a restare in volo anche con un solo motore operativo a permettere a tanti piloti di salvarsi la vita (almeno fino alla missione successiva). Altrettanto interessante fu l’evoluzione degli armamenti imbarcati sull’Hs-129 B che seguì inesorabilmente l’ispessirsi delle corazze dei carri sovietici. Non casualmente l’ultima versione del velivolo (la B-3) imbarcava l’impressionante BK 7.5 direttamente derivato dal Pak-40. Anche da questo punto di vista il dossier offre un interessante spunto di riflessione costatando che dovrà arrivare il 1975 perché un aereo, l’A-10 americano, sia equipaggiato con un armamento di peso superiore a quello dell’Hs 129 B-3. A-10 che ha indiscutibilmente moltissimo in comune con l’Hs-129 B non solo in ragione del medesimo compito destinato ai due velivoli. Il quadro complessivo che viene delineato è quello di un aereo equipaggiante unità d’elite i cui piloti avvertivano un fortissimo legame con la fanteria al cui supporto erano primariamente destinate le missioni dell’Hs-129 B, aereo di cui l’esercito tedesco aveva gran bisogno ma che non fu mai prodotto in numero adeguato.

Il resto della rivista è principalmente dedicato al P-47 N operante nel Pacifico con una gradevole divagazione ucronistica rappresentata da un articolo che ipotizza l’impiego di una squadra di piloti francesi su P-47 N se la guerra non fosse terminata prima con lo scoppio delle due bombe nucleari.

Per ultimo viene il dossier sui combattimento dell’Me-163 “Komet” nei mesi finali della guerra. Si tratta di uno scritto che mi aveva entusiasmato al momento della visione dell’anteprima della rivista ma che, nel concreto si limita a poche pagine di lettura poco coinvolgente. Va confessato che non vi è molto da dire sull’argomento considerato l’impiego limitatissimo di questo caccia a razzo ma l’argomento avrebbe certamente meritato più attenzione. In ogni caso la stessa Caraktere ha pubblicato materiale ben più consistente sull’argomento come io stesso ho recensito in questo mio blog.

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