L'isola dei cani locandina

Faccio purtroppo l’errore di scrivere di questo film troppe settimane dopo averlo visto. In generale cerco di evitare questo tipo di scarti temporali poiché viene inevitabilmente ad affievolirsi il ricordo delle emozioni e delle impressioni provate al momento della visione in sala. Ci tengo comunque a parlare de “L’Isola dei Cani” in quanto si tratta di un film che mi è piaciuto molto rappresentando una raffinata metafora dedicata a numerosi temi di importante attualità.

Premetto che, come tutte le opere di Wes Anderson (Grand Budapest Hotel compreso), anche “L’Isola dei Cani” meriterebbe di essere visto e rivisto per poter cogliere appieno la gran varietà di temi trattati nonché le finezze stilistiche di cui sono ricche tanto la regia quanto la messa in scena. Questo sarebbe già un valore aggiunto così raro nei film moderni da giustificare la visione della pellicola. Se ciò non bastasse, segnalo qui di seguito alcuni degli argomenti più affascinanti di cui “L’Isola dei Cani” si fa portavoce:

  • l’uso dei media per condizionare le idee e le scelte dei cittadini, sfruttamento utilitaristico da parte del potere costituito per giustificare e conservare sé stesso con conseguente svilimento dei valori e dei meccanismi democratici;
  • la facilità con cui è possibile pilotare un dibattito o un’intervista per screditare e ridicolizzare un concorrente politico o una qualunque voce di dissenso;
  • la tendenza di un potere autoritario ad alimentare il proprio consenso stimolando le reazioni istintive della popolazione a discapito di proposte razionali, fondate su studi scientifici e statistiche, che, in quanto tali, necessitano di attenzione ed approfondimento da parte dei cittadini stessi;
  • lo sfruttamento delle paure e dei timori dei cittadini per consolidare e giustificare la svolta autoritaria di un sistema democratico;
  • la facilità con cui è possibile creare tali paure ed alimentarle presso la popolazione generando isterie di massa tanto irrazionali quanto manipolabili;
  • la pericolosità ipocrita e subdola del cosiddetto “uomo forte”;
  • le diversità solo esteriori ed apparenti fra (cane) bianco e (cane) nero, evidente metafora sulle razze tanto umane quanto canine;
  • l’importanza delle esperienze passate e dell’infanzia come substrato che determina caratteri e scelte di vita così come l’insussistenza di destini già fissati e l’importanza dell’autodeterminazione dell’individuo;
  • le nuove generazioni come caposaldo di cambiamento e di pensiero innovativo;
  • Il consumismo estremo in cui noi tutti affoghiamo e che non solo genera montagne di rifiuti come l’isola in cui vengono segregati i cani (accusati di essere portatori di una malattia incurabile) ma che ci rende anche incapaci di affezionarci ad alcunché (cani compresi, nonostante l’amore incondizionato di cui sono capaci).

Penso che questo breve ed incompleto excursus sia in grado di far comprendere lo spessore di questo film, la profondità dei temi trattati e l’attualità degli stessi. “L’Isola dei Cani” ha un ulteriore pregio: una storia semplice e fortemente evocativa in cui lo spettatore riesce ad immergersi senza difficoltà vivendo in prima persona gli eventi, i colpi di scena nonché le abbondanti eccentricità che sono ormai marchio di fabbrico del cinema di Wes Anderson.

Concludo consigliando la visione di questo film anche a tutti gli appassionati di animazione che non potranno fare a meno di apprezzare la maestria raggiunta nella gestione di una tecnica tanto ancestrale quanto affascinante quale è la Stop-Motion.

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