GRAND BUDAPEST HOTEL di Wes Anderson

Grand Budapest

Approfittando della settimana dedicata alla “Festa del Cinema” (8-15 maggio 2014) e del relativo sconto sui biglietti, mi sono recato a vedere uno dei pochissimi film in programmazione che ho personalmente considerato meritevoli di attenzione.

Premetto di non aver mai visto in precedenza film di Wes Anderson (“Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, “Fantastic Mr. Fox”, etc.) ad esclusione de “I Tenenbaum” del 2001. Nonostante i miei limitati approcci a questo regista di notoria originalità, mi sono avvicinato al film in questione con entusiasmo e buone aspettative forte sia delle ottime recensioni che della mia attrazione per tutto quanto il cinema offre al di fuori dei soliti stilemi.

Non mi dilungherò qui in una lunga quanto inutile narrazione degli avvenimenti. Essi meritano di essere vissuti per tramite diretto della pellicola. Il loro intreccio, del resto, è solo apparentemente semplice e il racconto degli stessi diventa quasi impossibile a causa della gran quantità di personaggi coinvolti.

Credo sia proprio il caleidoscopio di ruoli ad essere il pregio più apprezzabile del film. In essi vi sono impegnati un grandissimo numero di attori dai nomi più o meno noti ma dai volti ben conosciuti che innescano una divertente corsa all’identificazione degli stessi. A ciò si aggiunge un trucco ed una caratterizzazione spesso macchiettistica del personaggio che, dimostrando l’accurata scelta degli attori per essi, ne accentuano e valorizzano le capacità recitative. A queste condizioni anche i cammei di pochi secondi assicurano ad ogni interprete un’importanza ed una visibilità fuori da comune. Non stupisce, quindi, che così tanti attori si siano resi disponibili a partecipare al film in oggetto.

Secondo personale pregio che riconosco a questa pellicola è l’ambientazione fantastica ma esplicitamente richiamante la realtà storica del ventennio in cui si svolse la seconda guerra mondiale. Sotto questo aspetto il richiamo a “Il grande Dittatore” di Chaplin è inevitabile. In effetti il Grand Budapest Hotel, vertice di tutti gli avvenimenti narrati, è collocato nell’immaginaria Zubrowka, paese gestito da un governo e da una burocrazia dai formalismi imperialisti ed oggetto dell’interesse e della mire espansionistiche di vari paesi confinanti non da meno ottusi, violenti e razzisti. Il richiamo evidente è a tutti quei paesi della Mitteleuropa passati sotto l’influenza nazista e poi comunista fra gli anni ’30 e ’40 dello scorso secolo.

I grandi eventi storici che investono il mondo in cui vivono i personaggi del film non sono però percepiti da questi ultimi come sufficienti a modificare le loro abitudini e, soprattutto, i loro più meschini appetiti legati ad una eredità che sarà motore costante di tutti gli avvenimenti narrati. Da questo punto di vista, il film risulta addirittura claustrofobico non concedendo ad alcun personaggio una visione della vita e del mondo che sia capace di emanciparsi dalla loro condizione strettamente personale.

Come è facilmente intuibile da quanto precede, il regista non perde occasione di rendere anche questa sua opera totalmente surreale. Ad incentivare questo aspetto si aggiungono anche numerose scene panoramiche o in campo lungo realizzare con la tecnica dello stop-motion le quali si distinguono per una realizzazione tecnica di qualità veramente eccellente.

Nel complesso il film mi è piaciuto benché lo abbia apprezzato meno di quanto mi aspettassi. E’ probabile che le recensioni entusiaste lette su questo film, mi abbiano indotto ad aspettative eccessive e, in quanto tali, generalmente destinate ad essere inattese. Ignorando, comunque, questo aspetto puramente personale, quello che maggiormente contesto a questo film è di mancare di quei pochi elementi in più che sarebbero bastati per renderlo veramente imperdibile. A mio parere, un film surreale ed originale come questo necessiterebbe di una sceneggiatura molto più tagliente ed ironica di quella effettivamente realizzata. Il divertissement concesso allo spettatore risulta, quindi, sotto tono rispetto a quanto potenzialmente offerto dal soggetto. Mancano, infine, quelle due o tre battute alla Woody Allen o alla Mel Brooks  capaci di caratterizzare tutto il film e, soprattutto, di imprimersi nella memoria dello spettatore dandogli quanto necessario per non dimenticarsi troppo rapidamente della pellicola di Anderson.

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Informazioni su Andrea

Fervente modellista da tanti anni, mi destreggio fra la passione per la storia militare e l'amore per i cavalli e la natura. Convinto sostenitore della mobilità alternativa a piedi ed in bicicletta, cerco sempre nuove mete che mi arricchiscano nel corpo e nello spirito.
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