“SILENCE” di Martin Scorsese

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Ci sono film su cui è difficile elaborare un giudizio e, più in generale, parlare in modo obiettivo. Questa considerazione è solitamente valida per film agli estremi: mostruosità imbarazzanti e capolavori di grandi maestri. Come facilmente intuibile, il film in oggetto appartiene a quest’ultima categoria. A dimostrarlo non è solo il nome del regista ma uno stile di ripresa, una fotografia ed una messa in scena che, indipendentemente dalla storia narrata e dagli attori coinvolti, colpisce immediatamente lo spettatore per qualità e cura. In effetti siamo precipitati in un tale abbassamento del livello tecnico dei film (nonché dei soggetti trattati) da aver perso abitudine alla qualità tant’è che, quando questa ci viene mostrata da uno dei pochi, grandi registi rimasti, essa diventa immediatamente percepibile ed apprezzabile. Fosse solo per quanto fin qui descritto, “Silence” varrebbe la pena di essere visto proprio per comprendere l’abisso di goffa incuria in cui il settore cinematografico è precipitato per inseguire i facili guadagni offerti dai film/videogioco.

La qualità tecnica di “Silence” riesce anche nel non facile miracolo di far trascorrere con non troppa difficoltà le quasi tre ore di durata del film. E’ forse proprio in questa capacità che Scorsese dimostra la propria maestria, soprattutto considerando che non ha alcuna remora a inserire nella pellicola lunghe pause, silenzi e rallentamenti nel ritmo della narrazione che avrebbero certamente determinato il crollo di registi meno preparati. Su tutto ciò si innesta la trattazione di temi tutt’altro che semplici essendo incentrati sui tentativi dei missionari gesuiti di convertire il popolo giapponese al Cristianesimo in un periodo, inizio 1600, in cui erano in corso violente persecuzioni da parte delle autorità nipponiche per impedire che ciò avvenisse. Si delinea, conseguentemente, uno scontro religioso e culturale di cui sono prima di tutto vittime le piccole comunità cristiane convertitesi negli anni precedenti. Argomento mai troppo attuale che, ispirandosi a fatti reali ed al romanzo storico “Silenzio” dello scrittore giapponese Shūsaku Endō, Scorsese tratteggia facendo attenzione a non prendere posizione per l’una o l’altra parte ed affidando ai singoli personaggi lo svolgersi di una matassa troppo complessa per essere condensata in una verità assoluta. In tutta onestà, devo confessare che “Silence” richiama (o anche solo accenna) a troppi temi per poter essere tutti elencati. Per di più si tratta di questioni religiose, personali e, quindi, troppo delicate per poter essere giudicate in una sede come questa.

Fra le cose che certamente mi hanno più colpito devo annoverare la costanza con cui vengono sistematicamente demolite le certezze religiose e culturali su cui il protagonista, padre Rodrigues, aveva monoliticamente imbastito la sua vita in quanto Gesuita e uomo di Chiesa. Certezze che, messe in discussione dalla vita e dalla varietà umana e sociale, da dogmi insindacabili ed universali si trasformano in quello che dovrebbero sempre essere: scelte personali, intime e mai da imporre agli altri. A mio parere è proprio questo il messaggio principale del film. L’abiura a cui è costretto il protagonista e, prima di lui, il suo mentore e maestro non è la vittoria della persecuzione sull’attività missionaria ma l’accettazione della religione come dimensione personale e, come dimostra il finale, libera a dispetto dei condizionamenti esterni. Su tutto ciò si interseca la cieca arroganza di molti missionari che, impermeabili a qualunque comprensione della realtà autoctona, determinarono la valutazione, dal punto di vista delle autorità giapponesi, dell’attività missionaria come volontà colonizzatrice e mancanza di comprensione e rispetto della cultura locale. Considerate le origini millenarie di ogni aspetto della società giapponese, fu proprio questo oltranzismo dei missionari a causare il rigetto della religione cristiana e la persecuzione di chi si convertì.

Considerata la correttezza del contesto storico in cui si ambienta la vicenda, mi permetto alcune considerazioni finali. La capacità di contenere con successo l’opera di evangelizzazione della Chiesa cristiana fu un ben raro privilegio di cui godette il Giappone grazie ad una serie di circostante favorevoli. Prima di tutto la distanza dall’Europa e la politica di isolazionismo applicata dalle autorità nipponiche resero difficilissimo per i missionari tanto raggiungere l’arcipelago giapponese quanto insediarvisi. Le stesse ragioni fecero anche sì che non fossero presenti comunità occidentali (colonie) in grado di dare supporto ed aiuto (anche militare) ai missionari sul posto. In secondo luogo, nonostante una struttura feudale radicata, il Giappone ha sempre goduto di un’autorità centrale (Imperatore) che garantiva un governo unitario soprattutto contro minacce esterne. Ne consegue che il Giappone dell’epoca era, a differenza di altre realtà, in grado di reagire in modo forte ed unitario tanto in campo politico/militare, quanto sociale e religioso. Tutto ciò consentì una monolitica resistenza alle influenze esterne che impedì quei disastri umanitari e culturali che, invece, si verificarono in altre parti del mondo come l’America Latina. Inoltre non considererei usuale il fatto che i Gesuiti protagonisti abbiano l’umanità (ed il buon senso) di abiurare (almeno esternamente) il loro credo pur di evitare il supplizio inflitto ai contadini poverissimi ed analfabeti convertitisi al Cristianesimo. Sono portato a credere che gran parte dei Gesuiti non avrebbero ceduto a discapito degli innocenti coinvolti. Infine val la pena segnalare la critica costatazione di come, fin d’allora, la società giapponese si fondasse sull’apparenza. In fin dei conti non è richiesto ai Gesuiti o ai giapponesi convertiti di ripudiare veramente Gesù ma (solo) di farlo esteriormente, con un gesto simbolico e/o una quotidianità uniforme a quella della massa. Si tratta di una ossessione per l’apparenza ed per il rispetto delle regole sociali e di comportamento che vive ancora oggi.

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Informazioni su Andrea

Fervente modellista da tanti anni, mi destreggio fra la passione per la storia militare e l'amore per i cavalli e la natura. Convinto sostenitore della mobilità alternativa a piedi ed in bicicletta, cerco sempre nuove mete che mi arricchiscano nel corpo e nello spirito.
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4 risposte a “SILENCE” di Martin Scorsese

  1. wwayne ha detto:

    Rieccomi! Anch’io ho recensito Silence: https://wwayne.wordpress.com/2017/01/29/inseguire-un-sogno/. Sei d’accordo con ciò che ho scritto?

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    • Andrea ha detto:

      Assolutamente sì Wayne. Ho avuto modo di esprimere il mio apprezzamento per il tuo articolo e ti ringrazio per averlo scritto visto che mi ha efficacemente informato dello speciale rapporto che lega Scorsese a questo film. 🙂

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      • wwayne ha detto:

        Anch’io ti ringrazio per l’educazione che dimostri nel rispondermi sempre quando ti scrivo: leggo e commento regolarmente il tuo blog da oltre due anni, e in tutto questo tempo tu non hai mai ignorato un mio intervento. Buon fine settimana! 🙂

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      • Andrea ha detto:

        E’ sempre un piacere leggerti e scriverti, Wayne! Grazie per la costante attenzione che mi presti da tanto tempo. 🙂

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