“LE RICETTE DELLA SIGNORA TOKU” di Naomi Kawase

Le Ricette della Signora Toku locandina

Raramente i film giapponesi godono di una distribuzione ufficiale nel nostro paese. Più comunemente vengono relegati a rassegne e festival cinematografici di importanza variabile. E’, quindi, con una certa sorpresa che ho appreso dell’arrivo nelle nostre sale di questo film certamente non destinato ad attirare folle incontenibili. Anche per tale motivo, mi sono affrettato ad andare a vederlo in quanto consapevole che non sarebbe rimasto a lungo nei due cinema che, in tutta Milano, lo presentavano in cartellone. Questa solerzia è stata ripagata da un’opera che è piaciuta molto non solo a me, il cui giudizio potrebbe essere condizionato da una certa attrattiva per il Sol Levante, ma anche agli amici con cui mi sono recato al cinema.

La storia narrata ha toni fortemente nipponici in quanto ambientato nel contesto quotidiano di una grande città come Tokyo. A causa di debiti contratti a seguito di un errore di gioventù, Sentaro è destinato ad essere legato a vita ad un piccolo chiosco che produce e vende Dorayaki, dolcetti simili a pancake ripieni di crema di fagioli dolci. La vita di Sentaro scorre monotona, scandita da un lavoro che non apprezza ed in cui riversa un impegno tanto scarso da spingerlo ad usare una crema di fagioli (An) di produzione industriale. Scelta che non aiuta il successo commerciale del chiosco che ha in gestione. Un giorno si presenta da lui Toku, una vecchia signora in cerca di lavoro che si propone di cucinare la crema An per lui. Una volta assaggiata la favolosa crema lasciatagli dalla vecchietta, Sentaro accetta di assumerla innescando così una serie di eventi e di esperienze che cambieranno la sua vita. La crema An cucinata da Toku, infatti, è talmente buona da rendere i Dorayaki di Sentaro ambitissimi dalla clientela con un conseguente vantaggio per gli affari del piccolo chiosco. La vecchietta ha, inoltre, una semplicità d’animo ed uno spirito tanto amorevole da essere presto apprezzata da tutti, compreso Sentaro che si affeziona alla donna in modo sincero e disinteressato. Toku, però, ha un segreto che ne ha condizionato irreparabilmente tutta la vita e si mostra nelle sue mani deformate da una malattia terribile ed ancestrale: la peste. Separata dalla famiglia fin da giovane età, fu internata in un sanatorio appena prima lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ove rimase confinata fino a quando un decreto governativo pose finalmente fine a questa prigionia nel 1989. Reclusione a cui furono costretti tutti i malati di peste anche dopo la loro completa guarigione e che perdura ancora oggi nei confronti di persone ormai non più in grado di ricostruirsi una vita fuori dal sanatorio a causa della segregazione sociale di cui sono vittime. E’ proprio su questo aspetto che il film, da profondamente nipponico, diventa universale. Appena una maldicenza diffonde nel quartiere la notizia che Toku era stata malata di peste, nessuno si presenta più al chiosco per comprare i Dorayaki. Il pregiudizio ed il timore verso il diverso e la malattia prendono immediatamente il sopravvento demolendo in un istante tutto quanto di buono era stato creato da Sentaro e Toku.

Se il tema dell’onorabilità sociale e del sacrifico imposto per rispettare i propri doveri (i debiti di Sentaro) sono elementi fortemente legati alla realtà nipponica, sono invece di carattere universale l’egoismo ed il pregiudizio, la repulsione per la malattia, la discriminazione del diverso e l’allontanamento/segregazione di chi è indesiderato dalla società. Il desiderio di Toku di avere, almeno negli ultimi anni della sua vita, un contatto umano col mondo, una visibilità fra le persone e un’utilità nei confronti di chi gli sta a cuore, sono sentimenti che vengo fortemente percepiti e condivisi dagli spettatori. Amaro e doloroso è, quindi, costatare nei clienti del chiosco di Dorayaki  quel freddo cinismo e quelle irrazionali paure che possono avere origine solo da una cattiveria atavica e totalmente ingiustificata. Altrettanto triste è la consapevolezza che tutto ciò sarebbe successo in qualunque parte del mondo e, soprattutto, che difficilmente ognuno di noi si sarebbe comportato in modo diverso.

Concludo segnalando la straordinaria caratterizzazione di Toku. Rimasta rinchiusa per decenni in un sanatorio immerso in un grande parco affinché fossero nascoste alla vista le deformazioni fisiche della peste, Toku è una donna fuori dal tempo. Rimasta estranea ai ritmi frenetici e ciechi della vita moderna, diventa portavoce di una modo di vivere ancestrale e dettato dai ritmi della contemplazione e della serenità. Ascoltare è per lei fondamentale per poter capire e fare. Ascoltare le stagioni, le piante, gli uccellini, i fagioli. Percepire la storia di questi ultimi, coglierne l’essenza, ascoltarne le reazioni durante la cottura, rispettarli e curarli diventa la chiave per preparare un’eccellente crema An e, con essa, svelare i segreti più importanti se non della Vita, almeno della propria esistenza. Questa, in sostanza, è l’eredità lasciata a Sentaro che gli permetterà di ritrovare sé stesso e riprendere in mano le redini del proprio futuro.

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Informazioni su Andrea

Fervente modellista da tanti anni, mi destreggio fra la passione per la storia militare e l'amore per i cavalli e la natura. Convinto sostenitore della mobilità alternativa a piedi ed in bicicletta, cerco sempre nuove mete che mi arricchiscano nel corpo e nello spirito.
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3 risposte a “LE RICETTE DELLA SIGNORA TOKU” di Naomi Kawase

  1. manaokana ha detto:

    grazie per questa recensione. annoto il titolo nei film “da vedere”. mi auguro di riuscire a trovarlo. conosco i Dorayaki in quanto rappresentano la merenda preferita da Doraemon, ma nei miei soggiorni in Giappone in effetti non sono mai riuscita ad assaggiarli. Sono certa che questa storia, però, saprà consolarmi.

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