glasslocandina

Quando mi dedico a redigere una recensione di un film visto al cinema o in home video, lo faccio sempre perché la pellicola in questione mi è sostanzialmente piaciuta. Nei casi in cui, per errate valutazioni o influenza di terzi, mi capita di vedere dei film che non mi piacciono, preferisco non scrivere nulla. Le ragioni sono semplici: la vita è breve, inutile perdere tempo per parlare di un pessimo film la cui visione ha già rappresentato un’inutile perdita di tempo prezioso e, infine, perché non intendo certo arrogarmi scopi divulgativi con questi miei articoli che scrivo per semplice diletto personale. Non traendo, quindi, soddisfazioni dal fomentare polemiche o dall’alimentare mie personali delusioni o recriminazioni, preferisco dedicare questo mio blog a quanto mi piace, sforzandomi di dimenticare il prima possibile film, a mio parere, deludenti o mal fatti.

Tutto ciò premesso, è evidente che l’esistenza stessa di questo articolo è prova del fatto che il film “Glass” mi sia piaciuto ma è anche giusto che lo sprovveduto lettore che dovesse cimentarsi in questa lettura sappia che il regista Shyamalan gode della mia assoluta ed incondizionata stima. È quindi evidente che questa recensione sarà tutt’altro che obiettiva e super partes. Non ho, quindi, remore ad affermare che valga ben la pena vedere qualunque film di Night Shyamalan e questo “Glass” non fa certamente eccezione. Il regista è fra i più originali e capaci del cinema americano sapendo ben amalgamare tecnica e virtuosismi visivi con una scrittura efficace sia in termini di storia che sceneggiatura. Non necessariamente ciò garantisce il successo di pubblico come dimostrato dalle numerose débâcle al botteghino di moltissimi suoi film. Questo pare essere il destino di coloro che hanno il coraggio di non piegarsi a pellicole preconfezionate per sollazzare i gusti sempre più banali di un pubblico ormai lobotomizzato da decenni di cinecomics. Dopo i fasti de “Il Sesto Senso”, gli stessi produttori hanno pian piano relegato il regista a produzioni a basso costo ove Shyamalan si è comunque trovato a suo agio confezionando pellicole originali e di qualità benché spesso lontane dai gusti del grande pubblico. La ghettizzazione subita ha iniziato a dipanarsi nel 2016 grazie al successo ottenuto da “Split”, film autonomo ma con un curioso postcredit che, facendo il verso alla moda creata dai cinecomics, lega la pellicola ad “Unbreakable”,antecedente lavoro del regista datato 2000. È da allora che il grande pubblico si aspettava un film che, completando una trilogia, unisse i due episodi precedenti e concludesse la storia narrata: “Glass” è la pellicola girata da Shyamalan per adempiere a tale compito.

A circa una settimana di distanza dall’uscita nelle sale italiane, non è necessaria grande fatica per trovare in Internet una pletora di giudizi negativi su “Glass”. Confermato che il risultato finale, come spesso avviene, non riesce a riscontrare le alte aspettative suscitate, mi è sinceramente ignoto che cosa giustifichi un tale accanimento e delusione da parte del pubblico. Mi è capitato di leggere e sentire un po’ di tutto: buchi di sceneggiatura, espedienti narrativi campati per aria, reazioni dei personaggi prive di senso, finale senza quel culmine di spettacolarità che il film stesso promette allo spettatore. A mio giudizio si tratta di speculazioni del tutto inconsistenti o, per lo meno, non giustificate dai fatti. “Glass” non è un film perfetto e nemmeno può essere considerato fra i migliori del regista. Si potrebbe addirittura accusare Shyamalan di aver voluto essere troppo lezioso e di aver cercato espedienti registici e tecnici eccessivi; da citare sono alcuni mirabolanti movimenti di cinepresa tanto inutili quanto votati all’autocitazione. “Glass”, anche a causa di tali virtuosismi, può parimenti essere tacciato di eccessiva lunghezza e, in effetti, avrebbe potuto durare una ventina di minuti in meno senza compromettere la narrazione. “Glass”, infine, è un film che si prende i suoi tempi e che impone allo spettatore di aver visto e memorizzato i due film precedenti a pena la quasi incomprensibilità di quanto mostrato. È altresì evidente che, essendo l’ultimo di una trilogia, il film resta ingabbiato nei paletti narrativi imposti dagli episodi precedenti imponendo al regista di sfiorare soltanto quell’originalità che mai manca nei sui film autoconclusivi.

Tutto quanto precede giustifica i giudizi tanto negativi che circolano sulla pellicola? A mio parere, assolutamente no. Penso vi sia qualche altra ragione che motiva un tale accanimento. Motivazioni che partono dall’abbassamento generale dei gusti artistici del pubblico per attingere a piene mani ad un culto assoluto ed ingiustificato per i cinecomics e la mitologia da questi generata. “Glass”, come i suoi predecessori (soprattutto “Unbreakable”), è un film che esprime in modo evidente la passione ed il rispetto del regista per i fumetti supereroistici. Il gioco che funge da cardine a tutta la trilogia verte sull’interpretazione in chiave realistica dei classici cliché correlati ai supereroi. Tali stereotipi vengono totalmente destrutturati per lasciare che la realtà plasmi e condizioni la loro essenza generando qualcosa di nuovo ed inaspettato. Il risultato è nettamente contrario all’iperbolica mitizzazione del supereroe, ne demolisce senza pietà l’aurea celebrativa e volontariamente nega allo spettatore quel crogiolo di eventi puramente retorici che impone il tipico e ripetitivo canovaccio supereroistico. L’eccezionalità dei protagonisti è sempre messa in dubbio, trascende la pura pazzia e non adombra mai gli aspetti più banali e meschini della pura umanità. I personaggi desiderano a tal punto di essere normali da essere pronti ad accettare anche spiegazioni puerili pur di liberarsi del fardello di una straordinarietà non voluta. L’unico ostinatamente avvinghiato all’idea di essere speciale è “l’Uomo di Vetro” che, non a caso, è l’unico a cui la malattia fisica impedisce una vita normale indipendentemente che accetti o meno di essere un supervillain.  Non vi è alcuna presa di coscienza che proietti l’eroe in quell’accettazione del proprio superpotere che è essenziale alla sua mitizzazione. Non vi è alcuna scena epica, celebrativa, estrema né tantomeno quel biblico scontro finale che impone qualunque storia supereroistica. Soprattutto, i protagonisti muoiono tutti. Non solo, vengono uccisi in modi banali, comuni, senza che possano decantare alcun monologo ed in sequenze assolutamente prive di pathos. È evidente che tutto questo possa facilmente essere inteso come un’odiosa profanazione di quelle regole dogmatiche che, imposte da qualunque storia di supereroi, sono considerate sacre dagli adepti di Spiderman & Co. Sinceramente ritengo che questa sia la principale ragione delle tante condanne cadute su “Glass”. Valutazioni superficiali ed incapaci di cogliere una finalità probabilmente opposta ed un punto di vista, quello del regista, nuovo e diverso.

Detto tutto questo, non consiglio la visione di “Glass” a chiunque. Ritengo, al contrario, che il film meriti di essere visto solo da chi conosce ed apprezza già da tempo le opere di Shyamalan ed a condizione di aver recentemente rivisto “Unbreakable” e “Split”.

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