“Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh

Assassinio sullOrient Express locandina

Fu un trailer visto al cinema, prima di non ricordo più quale film, a rendermi edotto dell’imminente uscita di una nuova trasposizione cinematografica del famoso romanzo di Agatha Christie. Premetto che non sono un cultore di tale autrice. Non si tratta di una scelta consapevole ma del risultato di un mio disinteresse di base per il genere giallo. Indipendentemente da quanto possa essere discutibile tale stato di fatto, resta evidente che ciò mi ha permesso di approcciarmi al film in oggetto senza avere la più vaga idea della storia narrata, non avendo né letto il romanzo né visto le trasposizioni cinematografiche precedenti. Nel bene e nel male, ciò ha certamente favorito il mio apprezzamento del film e l’assoluta efficacia di tutti i colpi di scena di cui è intriso. Tutto questo ha certamente influenzato il mio giudizio (assolutamente positivo) della pellicola che, in ogni caso, già godeva dei miei favori in quanto apprezzo molto Kenneth Branagh come attore/regista e poiché sono un grande appassionato di film in costume ambientati nell’800.

 È stato indubbiamente un gran piacere ritrovare l’attore inglese impegnato in un film certamente a lui più consono rispetto alle divagazioni supereroistiche in cui è stato recentemente coinvolto dalla fabbrica cinematografica statunitense. In quanto anche regista del film, è possibile cogliere la grande passione che Branagh nutre per la storia, i personaggi e l’ambientazione del romanzo di Agatha Christie che, dopo tutto, possiede una teatralità non molto dissimile dallo stile di quello stesso Shakespeare su cui Branagh ha imbastito gran parte della sua carriera. Non per questo bisogna supporre che il regista abbia a tal punto “giocato in casa” da confezionare un film senza correre rischi e di sicuro successo. In effetti il suo “Assassinio sull’Orient Express” rappresenta una sfida non da poco per il culto di cui è oggetto il romanzo, l’importanza del film precedente diretto da Sidney Lumet nel 1974 e l’icona rappresentata da Hercule Poirot nell’immaginario collettivo. Personaggio, quest’ultimo, interpretato dello stesso Kenneth Branagh che, se da una parte ha evidentemente ceduto alla tentazione di ritagliare per sé il ruolo da protagonista, dall’altro ha corso il rischio di snaturare un personaggio smaccatamene franco/belga con la propria fisionomia ed aura strettamente anglosassone. Il risultato di tutto ciò è, a mio parere, un pieno successo. Branagh confeziona un film convincente ed affascinante che si poggia su un protagonista inaspettatamente moderno ed efficace proprio perché privo degli stereotipi creati negli anni precedenti (penso, in particolar modo, all’aspetto pingue, umidiccio ed effeminato). Delineate tali premesse, consiglio vivamente questo film a tutti coloro che sentono il bisogno di sedersi in una sala cinematografica per godersi la visione di una pellicola di indubbia qualità, molto ben recitata, dalla storia solida e dotata di un cast di tutto rispetto. “Assassinio sull’Orient Express” di Kenneth Branagh è, quindi, un film privo di difetti? Ovviamente no ma non ho, in tutta onestà, la preparazione per dire cosa il regista abbia sbagliato. Quello che posso dire è che il film risente dei meccanismi commerciali spesso perversi che condizionano l’attuale produzione cinematografica. Non è una novità che “Assassinio sull’Orient Express” abbia la speranza di diventare una trilogia come va tanto di moda ai giorni nostri. Lo dimostra chiaramente il fatto che, alla fine della pellicola, Hercule Poirot viene richiamato in Egitto per un nuovo caso (“Poirot sul Nilo” / “Assassinio sul Nilo”) dando così l’incipit ad un eventuale, successivo episodio. Perché, però,“Assassinio sull’Orient Express” potesse dar vita ad una propria saga filmica, ha dovuto giocarsi tutte le migliori carte già alla prima mano per ottenere quel successo presso il pubblico che, purtroppo, è condizione essenziale per la produzione dei film successivi. Per quale motivo questo è, in mia opinione, un difetto? Perché “Assassinio sull’Orient Express” basa gran parte della propria potenza narrativa su un doloroso dilemma emotivo che Poirot dove affrontare. Il nostro protagonista, infatti, è un uomo che basa la propria vita sull’equilibrio delle cose, sulla simmetria degli eventi e, quindi, sulle reazioni che sono diretto effetto di una certa azione. Al crimine, quindi, segue necessariamente l’atto di giustizia. In “Assassinio sull’Orient Express” la forza di tale corrispondenza dimostrerà i propri limiti ponendo Poirot di fronte ad un bivio anche esistenziale. Considerato tutto ciò, è mio parere che “Assassinio sull’Orient Express” avrebbe dovuto essere l’ultimo film di questa nuova saga perché ciò avrebbe permesso agli spettatori di conoscere meglio il profilo psicologico di Poirot grazie ai film precedenti. Così facendo il pubblico avrebbe potuto meglio comprendere il dramma vissuto dal protagonista sul finire di “Assassinio sull’Orient Express” nonché il valore della sua scelta finale. Kenneth Branagh sembra essere consapevole di ciò e tenta di dare allo spettatore gli strumenti per recuperare questa empatia con Poirot grazie ad espedienti iniziali come quello delle uova ma, purtroppo,si tratta di un’iniziativa destinata ad un successo limitato potendo essere pienamente colta solo dagli spettatori più attenti.

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Informazioni su Andrea

Fervente modellista da tanti anni, mi destreggio fra la passione per la storia militare e l'amore per i cavalli e la natura. Convinto sostenitore della mobilità alternativa a piedi ed in bicicletta, cerco sempre nuove mete che mi arricchiscano nel corpo e nello spirito.
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