“IT” di Andy Muschietti

IT locandina

Bypassando i fiumi di considerazioni espresse in prossimità e successivamente all’uscita del film in oggetto, mi permetto di spendere anche io due parole a freddo sull’argomento. Premetto che non ho ben chiare la ragioni per cui “It” sia considerata materia su cui chiunque possa dire la propria. Ciò potrebbe essere favorito dal fatto che il romanzo da cui è tratto è generalmente riconosciuto come il capolavoro di Stephen King e, per chi lo ha letto da ragazzino, rappresenta una sorta di iniziazione alla vita adulta, alle sue difficoltà ed alle sue contraddizioni. Se ciò non bastasse fu oggetto di una trasposizione in una sorta di film tv che imperversò sulle televisioni di mezzo mondo negli anni ’90. “It”, dunque, è entrato a pieno titolo nella cultura popolare comune a molti. Va comunque detto che tutto ciò non giustifica la facilità con cui chicchessia si è permesso di sentenziare su questa pellicola. Le ragioni sono semplici. In primo luogo il film degli anni ’90 era inguardabile e non merita di essere alla base della valutazione della pellicola odierna. In secondo luogo perché è sicuramente risibile il numero di lettori del romanzo che ancora si ricordano nel dettaglio la storia letta decenni prima (me compreso). Alla luce di queste considerazioni vorrei parlare del nuovo “It” valutandolo come film in sé, senza spingermi in confronti esistenziali col romanzo e, soprattutto, ignorando il precedente degli anni ’90.

Ho visto il film di Muschetti probabilmente nell’ultima settimana utile prima che fosse tolto dai cinema. Me lo sono goduto in una sala praticamente vuota, perfetta per apprezzare un film horror come quello in oggetto. Ciononostante questo non ha aiutato a provare quell’ansia e quel terrore che il film avrebbe dovuto generare. Intendiamoci, “It” è un film girato con mano esperta ed attenta. Non ha cali di tono né pause eccessive. L’ambientazione è curatissima e la fotografia ben in grado di comunicare la desolazione della provincia americana come King adora rappresentarla. Se ciò non bastasse, tutti gli attori (anche i più giovani) sono bravissimi. Date queste basi che, in ogni caso, giustificano ampiamente la visione del film, a mio parere vi sono sostanzialmente due aspetti che non funzionano e compromettono l’intera pellicola. Prima di tutto il mostro è svelato allo spettatore fin dalla prima sequenza. Viene così violata la regola d’oro del genere horror che, al contrario, imporrebbe che ciò avvenisse solo alla fine del film, dopo un crescendo costante della tensione. Si sa, però, che le regole sono fatte per essere violate. Il vero problema è che ciò si accompagna all’incapacità di coinvolgere lo spettatore. Il film non riesce a compiere quella magia fra schermo e pubblico che permette una vera empatia con i giovani protagonisti. Viene così a mancare quella condivisione di emozioni e paure che è essenziale in una pellicola come quella in oggetto e che è uno dei punti di forza del romanzo. È nel sentire sulla propria pelle queste paure, assimilate come proprie, comprese fin nelle ragioni più oscure e terribili che il libro di King raggiunge vertici assoluti. Paure essenziali nello svolgersi della storia perché vengono affrontate e superate grazie alla forza dell’amicizia che unisce i ragazzini protagonisti. Sono consapevole del fatto che un romanzo abbia una capacità di coinvolgimento diversa da quella di un film ma non per questo bisogna pensare che il cinema affronti questa sfida già destinato alla sconfitta. Mi piace ricordare l’esempio di “Stand by me – ricordo di un’estate” del 1986 (anch’esso tratto da un romanzo di King) come esempio perfetto di un film fondato sul totale coinvolgimento dello spettatore nelle vicende dei ragazzi protagonisti. Se “It” di Muschetti fosse stato capace anche solo in parte ad emulare tale predecessore, starei ora parlando di un capolavoro. Purtroppo non riesce in quest’impresa e le ragioni sono, a mio parere, strutturali nel cinema hollywoodiano moderno. A rischio di scadere del banale e di fare la figura del brontolone, ritengo che “It” dimostri molto bene i danni generati dalla costante e ben pianificata demolizione dello spettatore come utente consapevole. Anni di film come “Transformers” a “Fast&Furious” hanno determinato una tale involuzione dei gusti e delle aspettative da abbassare drammaticamente il livello qualitativo accettato ed atteso da gran parte del pubblico. Commercialmente questa strategia ha i suoi vantaggi perché consente di (i) aumentare il numero di film prodotti in quanto affidabili a registi mediocri ed autori poco dotati e (ii) assicurare buoni incassi anche a pellicole insignificanti. Il risultato di ciò sono film videogame per un pubblico di videogiocatori… Senza screditare ingiustamente alcuna categoria di persone, lasciatemi specificare che con “film videogame” intendo pellicole in cui gli effetti speciali, le esplosioni ed un turbinio insensato di eventi spettacolari sostituiscono anche la trama più semplice e per “pubblico di videogiocatori” mi riferisco a chi è ormai così assuefatto da questo tipo di film da essere non solo soddisfatto dal loro contenuto ma anche da esserne sempre più bramoso. L’asticella qualitativa che stabilisce se un film sia accettabile o meno è ormai così bassa ed il desiderio di incasso così imperante che anche pellicole potenzialmente di alto livello sono costrette alla mediocrità per andare incontro a gusti banali e banalizzanti. Perché “It” di Muschetti è partito già sconfitto in partenza? Perché ha voluto/dovuto adeguarsi alle leggi commerciali che impongono di compiacere i gusti degli spettatori. Inseguendo la spettacolarità fine a sé stessa, non ha potuto fare a meno di mostrare subito il mostro e, ancor peggio, proporre un continuo susseguirsi di scene in computer grafica tanto grandiose quanto inutili andando proprio a discapito di un approfondimento psicologico che avrebbe consentito quel coinvolgimento emotivo che, invece, viene purtroppo a mancare. Questo nuovo “It” nemmeno sfugge alla moda delle “saghe” cinematografiche ed, infatti, è diviso in due parti sperando che non decidano, infine, di farne una trilogia.

Concludo consigliando la visione di questo film in quanto resta superiore alla media attuale sotto numerosi aspetti. Purtroppo è necessario essere consapevoli che, per le ragioni sopra descritte, quello che avrebbe potuto essere il film dell’anno non ha saputo trovare il coraggio di emanciparsi da regole commerciali autodistruttive.

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Informazioni su Andrea

Fervente modellista da tanti anni, mi destreggio fra la passione per la storia militare e l'amore per i cavalli e la natura. Convinto sostenitore della mobilità alternativa a piedi ed in bicicletta, cerco sempre nuove mete che mi arricchiscano nel corpo e nello spirito.
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