IL KAMPFGRUPPE “PEIPER”

Il 16 dicembre del 1944, nella più totale sorpresa, l’esercito tedesco scatenò alle 5:30 del mattino una poderosa offensiva che, fermamente voluta da Hitler, si prefissava obiettivi strategici di enorme portata. Lungo il fronte delle Ardenne, le Panzer-Division avrebbero dovuto penetrare nelle linee angloamericane con quelle stesse modalità che li avevano viste vittoriose durante il “Blitzkrieg” del 1940 e, raggiunto il fiume Mosa, proseguire fino ad Anversa separando le armate inglesi da quelle americane.  Di fronte al rischio di una nuova Dunkerque, gli Alleati Occidentali sarebbero stati costretti ad una pace separata e la Germania avrebbe così potuto concentrare tutte le sue preziose forze contro l’Unione Sovietica. Anche riducendo più realisticamente gli obiettivi dell’operazione “Wacht am Rhein”, essa rappresentò per i Tedeschi l’ultima opportunità per stabilizzare il fronte occidentale e, paralizzando a tempo indeterminato ogni iniziativa offensiva degli Alleati Occidentali,  dissipare la realtà nefasta della guerra su due fronti. E’  con questo senso di “ultima occasione” che l’esercito tedesco, raccolte le ultime forze sia umane che materiali, si lanciò in una battaglia nata dalla disperazione e dal desiderio di salvare la propria patria dall’invasione alleata. Un’offensiva che, già al momento della sua stessa pianificazione, aveva chance di successo del tutto aleatorie affidandosi al cattivo tempo per interdire le azioni dell’aviazione tattica alleata e sulla conquista dei depositi di carburante avversario per garantire il pieno ai veicoli coinvolti.

A seguito dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, quest’ultimo si convinse di non potersi più fidare della Wehrmacht (l’esercito regolare a cui apparteneva Claus Schenk von Stauffenberg, colui che collocò materialmente la bomba nella Wolfsschanze) ed è per questo che affidò alle Waffen-SS, e nello specifico alla 6. SS-Panzer-Armee (I. e II. SS-Panzer-Korps), il compito di raggiungere gli obiettivi principali dell’intera operazione. Uno speciale kampfgruppe (gruppo da battaglia) creato con elementi della 1. SS-Panzer-Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler” uniti al schwere SS-Panzer-Abteilung 501, equipaggiato con carri Tiger II, doveva fungere da punta di lancia della 6. SS-Panzer-Armee e penetrare in profondità nelle linee avversarie demolendone la capacità reattiva e determinandone la sconfitta. Il comando di tale unità speciale, cardine dell’intera operazione, fu affidato al SS-Obersturmbannfuhrer Joachim Peiper, da cui prese il nome diventando il famoso quanto famigerato Kampfgruppe “Peiper”.

Joachim Peiper è una figura emblematica dei tempi in cui visse e per questo il suo profilo personale merita un approfondimento. Nato il 30 gennaio 1915 da una famiglia di classe media della Slesia, Joachim Peiper è figlio di Waldemar Peiper, capitano dell’Esercito Imperiale e reduce delle guerre coloniali in Africa ove contrasse la malaria. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, problemi cardiaci correlati a tale malattia lo costrinsero a ritirarsi dal servizio attivo dopo pochi mesi trascorsi sul fronte turco. Joachim fu, quindi, cresciuto da un uomo del secolo precedente, violento, autoritario, impregnato di retorica militare e nazionalista, ottenebrato da rancori personali e, soprattutto, incarnante quel desiderio di rivalsa che infiammò gli animi dei reduci dopo l’armistizio del 1918, vissuto dai più come un tradimento che aveva condannato la nazione tedesca alla povertà ed alla recessione. Le nuove generazioni crebbero condizionate da tutto ciò e in esse, nonché nel giovane Peiper, il Nazionalsocialismo trovò terreno assai fertile. Entrato a far parte della Hitlerjugend nel 1933, proseguì la sua folgorante scalata della nomenclatura nazista fino a diventare uno dei più noti e capaci ufficiali delle Waffen-SS.

Dai più tipici tratti ariani, ambizioso, arrogante, combattivo e sicuro di sé, Joachim Peiper incarnava l’ideale nazista dell’uomo nuovo e fu fra i soggetti preferiti della efficientissima propaganda nazista che ne sfruttò ed amplificò la fama alimentandosi della folgorante carriera militare di cui Peiper fu capace in seno alla 1. SS-Panzer-Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler”. Ma, soprattutto, Joachim Peiper rappresentò uno dei più perfetti strumenti della macchina da guerra nazista. Giovane e carismatico, era per i suoi uomini un simbolo da emulare ed una guida da seguire ciecamente. Incarnava perfettamente l’ufficiale ideale delle Waffen-SS, un corpo militare politicizzato che, svincolato dai rigidismi di stampo prussiano tipici della tradizione militare rappresentata dalla Wehrmacht, si incardinava sulla fedeltà al leader e sullo spirito di corpo. Questa totale abnegazione verso il capo era esasperata fino al fanatismo nei soldati più giovani e si concretizzava, inevitabilmente, in una assoluta mancanza di scrupoli pur di perseguire i compiti affidati. Non deve, quindi, sorprendere la decisione di mettere Joachim Peiper a capo dell’unità di sfondamento cardine dell’offensiva tedesca nelle Ardenne. Era l’uomo giusto per guidare centinaia di veterani e giovani diciassettenni in una missione disperata in cui si sommavano le ultime speranze di un regime totalitario in agonia. Era l’ufficiale adeguato a condurre un’unità d’élite, equipaggiata con i migliori armamenti prodotti dall’industria bellica tedesca, composta da giovani cresciuti col mito della propria superiorità, spezzati nell’animo dai lutti famigliari prodotti da cinque anni di guerra su tutti i fronti e alimentati quotidianamente dall’odio generato dai bombardamenti a tappeto sulle loro città; giovani assetati di vendetta e di rivalsa, sentimenti che portarono il Kampfgruppe “Peiper” a commettere ripetutamente uno dei più orribili crimini di guerra: l’esecuzione di prigionieri inermi.

Benché l’intera operazione “Wacht am Rhein” si ispirasse alle regole della “Blitzkrieg” e giocasse sulla rapidità le sue poche possibilità di successo, il Kampfgruppe “Peiper”, destinato ad incarnare al meglio tali principi, si mise in marcia con molte ore di ritardo rispetto all’avvio dell’offensiva. Le unità di punta del I. SS-Panzer-Korps (3. Fallschirmjäger-Division e 12. VolksGrenadier-Division) ebbero, infatti, enormi difficoltà a sfondare il fronte americano saldamente tenuto da unità poco sperimentate ma ben capaci di sfruttare le caratteristiche territoriali favorevoli alla difesa. A tutto ciò si aggiunsero i rallentamenti dovuti gli enormi imbottigliamenti creati dalla massa di uomini e mezzi costretti a spostarsi sulle strade strette e tortuose delle Ardenne. Essi furono un incubo per tutta la durata dell’offensiva e complicarono ulteriormente il dispiegamento delle forze in campo.

Non fu solo questo ritardo iniziale a compromettere la missione del Kampfgruppe “Peiper”. Esso si confrontò permanentemente con un nemico che non poteva sconfiggere: strade strette e tortuose, terreno poco portante, fiumi serpeggianti, ponti distrutti ed una carenza cronica di carburante e di rifornimenti aiutarono gli Americani ad avere la meglio sull’unità tedesca. In ogni caso il Kampfgruppe “Peiper”, forte di 4.800 uomini, 80 panzer e 600 veicoli vari, iniziò la sua missione da Losheim e penetrò nelle linee alleate fino a Stoumont. E’ in questa estate 2014 che  ho ripercorso tale tragitto cercando di ritrovare i luoghi e le ultime tracce di un’impresa militare passata alla Storia.

MERLSCHEID

Come prima tappa mi sono recato in questo piccolo paesino che fu travolto dall’avanzata tedesca fin dal primo giorno dell’offensiva.

Ho cercato e trovato una piccola chiesetta che fece da sfondo al alcune note foto mostranti una Kubelwagen della 1. SS-Panzer-Division “Leibstandarte” parcheggiata a fianco dei resti di un cannone anticarro da 3-inch (76mm) appartenuto al 820th Tank Distroyer Battalion.

Grazie alla cortesia del custode, ho potuto fotografare non solo l’esterno della chiesetta ma anche il suo interno.

LANZERATH, BUCHHOLZ, HONSFELD & BULLINGEN

Dopo le tante ore perse in attesa che il fronte americano fosse sfondato ed essere stato subito costretto ad un primo cambio di tragitto a causa di un ponte presso Scheid distrutto in autunno dai Tedeschi in ritirata e mai riparato, il Kampfgruppe “Peiper” entrò in contatto a Lanzerath con il  Fallschirmjäger-Regiment 9 della 3. Fallschirmjäger-Division.

Dopo essere stati tenuti in scacco per un’intera giornata da un semplice plotone americano, i parà erano esitanti a procedere a causa di un esteso campo minato nella foresta di Buchholz.

Poiché i genieri dotati della strumentazione necessaria allo sminamento erano ancora intrappolati negli enormi imbottigliamenti dovuti al traffico militare su strade inadeguate, Peiper, determinato a non perdere più un solo secondo di quel tempo per lui sempre più prezioso, si risolse ad una decisione caratteristica della determinazione tipica di uomini come lui e ordinò ad alcuni veicoli di procedere sulle mine così da creare un corridoio sicuro per l’intera colonna. Quella che può sembrare segno di un fanatismo irrazionale, in realtà fu una scelta ponderata con importanti risvolti militari. Al prezzo di alcuni veicoli, poi rapidamente riparati dal meccanici della Werkstatt-Kompanie, il colpo di mano permise di liberare la foresta dai reparti americani ancora presenti e di penetrare rapidamente nel villaggio di Honsfeld ove le Waffen-SS sorpresero un’importante colonna motorizzata composta da elementi del 14th Cavalry Group e della 99th Infantery Division.

Non per questo Honsfeld cadde rapidamente. I combattimenti per il controllo del paese durarono per tutto il resto della giornata ed il Kampfgruppe “Peiper” ne prese possesso solo sul calar della sera, non senza la perdita di due Panther e due Flakpanzer IV. Gli Americani lasciarono sul terreno cinquanta fra autoblindo M8 “Greyhound” e semicingolati M3, ottanta camion GMC e quindici pezzi anticarro, mentre i prigionieri furono più di duecentocinquanta (quindici di loro furono sommariamente passati per le armi).

Il 17 dicembre offrì a Peiper la possibilità di conquistare un bottino importante. Grazie alle informazioni ottenute interrogando i prigionieri di Hosfeld, venne a sapere che, nei pressi di Bullingen, si trovava un piccolo campo di aviazione per aerei da ricognizione con uno stock di  227.000 litri di carburante. Si trattava di benzina preziosissima per un kampfgruppe che, per procedere nella sua avanzata, doveva espressamente utilizzare le risorse di combustibile nemico. Peiper seppe altresì che a Ligneuville si trovava il quartier generale della 49th Antiaircraft Brigade (avente il compito di abbattere le V1 di passaggio verso Liegi) che, sprovvisto di difese rilevanti, avrebbe potuto permettere la cattura del generale Timberlake e di tutto il suo staff.

Inutile dire che Peiper non si lasciò sfuggire opportunità tanto rimarchevoli.

Va anche detto che il passaggio per Bullingen, sebbene comportasse un’ampia deviazione verso nord non compatibile con la necessità di dilagare con rapidità nelle retrovie americane, si imponeva anche per usufruire di strade più ampie a favore dei Tiger II che, sebbene lasciati nelle retrovie del kampfgruppe per evitare che rallentassero il ritmo degli altri veicoli, erano carri da 69 tonnellate che avevano ogni tipo di difficoltà a procedere sulle inadeguate strade delle Ardenne.

Mossosi alle sei del mattino in direzione di Bullingen, il Kampfgruppe “Peiper” conquistò il villaggio, prese possesso del campo di aviazione e riuscì a mettere le mani sul prezioso deposito di carburante non senza aver distrutto dodici Piper-Cub, ad esclusione di un solo aereo che riuscì a prendere il volo sfuggendo per pochissimo ad alcuni semicingolati Sdkfz. 251 che si erano lanciati al suo inseguimento sulla pista.

Cinquantanove prigionieri americani, dopo essere stati costretti a riempire i serbatoi dei veicoli tedeschi, furono trucidati sul posto. Questi atti di barbarie di cui il Kampfgruppe “Peiper” persisteva nel macchiarsi e che avrebbero avuto apice alcune ore dopo, cominciarono a diventare noti nelle linee americane e, rafforzando la volontà di resistere dei difensori, ebbero importanti ripercussioni sugli avvenimenti successivi.

BAUGNEZ

Lasciatosi alle spalle Bullingen, il Kampfgruppe “Peiper” proseguì verso ovest passando per Schoppen e Ondeval. Anche in questo caso, valutando troppo stretta e tortuosa la strada più rapida per Ligneuville, Peiper fu costretto ad una deviazione verso nord che, attraverso il piccolissimo borgo di Baugnez, portò il suo kampfgruppe all’incrocio con la strada Malmedy/Ligneuville ove, alle undici del mattino, intercettò la sfortunata batteria B del 285th Field Artillery Observation Battalion in movimento verso sud.

E’ a questo incrocio che le Waffen-SS di Peiper fecero una vera e propria strage, uccidendo ben ottantaquattro prigionieri americani dei cenoventisette catturati (sopravvisse solo chi riuscì a fuggire o si finse morto). Questo evento, passato impropriamente alla storia come “Massacro di Malmedy”, è stato oggetto di vari film (“Saints and Soldiers”, prima di tutti) ed è oggi ricordato con un memoriale che sorge proprio sul posto in cui furono ritrovati i cadaveri congelati degli uccisi.

Sul fatto non si riuscì mai a fare completa chiarezza. Apparentemente, causa nervi tesi, un paio di spari all’indirizzo di alcuni soldati americani che tentavano la fuga, scatenò un fuoco incontrollato sui prigionieri inermi. Durante il processo che si svolse a Dachau nel 1946, non furono raccolte prove sufficienti a dimostrare che Peiper avesse dato ordini precisi di esecuzione o che il fatto si svolse alla sua presenza. Resta in ogni caso evidente, e i fatti precedenti lo dimostrano, che i soldati del Kampfgruppe “Peiper” non si fecero scrupoli ad applicare ordini superiori volutamente non chiari sul destino dei prigionieri di guerra nel corso dell’operazione “Wacht am Rhein”. Nulla doveva interferire con l’avanza delle truppe tedesche ed è evidente che la gestione e la sorveglianza di una massa crescente di prigionieri era un’attività che ostacolava le operazioni militari. Intralcio che il Kampfgruppe “Peiper” era ben lungi dal voler assumere.

A poca distanza dal memoriale, sulla strada per Ligneuville, si trova il “Baugnez 44 Historical Center” di cui parlerò in separato articolo.

LIGNEUVILLE & LODOMEZ

Poco prima delle due del pomeriggio, gli elementi di testa del Kampfgruppe “Peiper” raggiunsero Ligneuville. Il paese, debolmente difeso, cadde rapidamente nelle mani delle Waffen-SS assieme al prezioso ponte che, appena fuori l’abitato, attraversa il fiume Amblève. Non mancarono, comunque, scontri con una piccola unità della 9th Armored Division ed il 14th Tank Battalion. Di particolare nota fu la presenza di un M4A3 Sherman Dozer che, rimasto separato dalla sua unità per problemi meccanici ma ben dissimulato dietro l’angolo di una casa all’accesso ovest del paese, creò non pochi problemi alla avanguardie del Kampfgruppe “Peiper” rivendicando la distruzione di un Panzer IV ed un semicingolato Sdkfz.251 prima di essere a sua volta annientato da un geniere d’assalto tedesco armato di Panzerfaust.

Ligneuville fu raggiunto dal Kampfgruppe “Peiper” due minuti dopo l’abbandono del paese da parte del generale Timberlake la cui colazione, ancora calda, fu ritrovata dai Tedeschi sui tavoli dell’Hotel du Moulin ove l’ufficiale alloggiava.

A pochi passi dall’edificio, sull’altro lato della strada ed in vista del ponte sull’Amblève, è ancora oggi visibile l’Hotel des Ardennes davanti al quale un cannone anticarro da 3-inch mise fuori combattimento il Panter Ausf.G codice “152” dell’ SS-Untersturmfuhrer Fischer, Adjutant del I./SS-Panzer-Reggiment 1. Il Panther “152” era un Befehlspanther (Panther versione comando, equipaggiato con apparecchiature radio supplementari) assemblato dalla MAN nel settembre 1944 (codice scafo 121080) ed avente la sola torretta ricoperta con Zimmerit, la pasta a base di cemento che impediva alle mine magnetiche di aderire all’acciaio. Considerando che fu nello stesso mese che si interruppe l’applicazione dello Zimmerit sui Panzer, probabilmente non sapremo mai se il “152” era un ibrido realizzato sul campo con la sostituzione della torretta originaria oppure fu la stessa fabbrica ad unire una delle ultime torrette “zimmerittate” con uno scafo che ne era privo.

Oggigiorno l’Hotel des Ardennes non ha più la caratteristica insegna ma può essere facilmente riconosciuto da una serie di particolari architettonici fra cui le finestre e le decorazioni al di sotto della linea di mattoni del secondo piano.

A Ligneuville furono uccisi otto prigionieri americani al cui ricordo è dedicato un memoriale all’accesso del vecchio paese.

Superato il fiume Amblève, il Kampfgruppe “Peiper” puntò su Stavelot, prima grande città sul suo percorso, passando per Lodomez. Non si verificarono particolari fatti d’arme lungo questi chilometri ma il piccolo paese di Lodomez, incassato in una stretta gola e munito anch’esso di un ponte oltrepassante uno degli innumerevoli fiumiciattoli dell’area, dimostra ancora oggi quanto fossero anguste, strette e serpeggianti le strade dell’epoca e permette di comprendere appieno quanto dovesse essere difficoltosa la circolazione di veicoli militari, soprattutto in condizioni climatiche invernali.

STAVELOT

La città medioevale fu raggiunta dal Kampfgruppe “Peiper” all’imbrunire del 17 dicembre. Dopo un breve scontro alla periferia dell’abitato, la notte impose uno stop alle operazioni che fu impegnato da entrambe le parti per riorganizzarsi.

Stavelot non solo era un nodo stradale vitale ma aveva anche una grande importanza strategica dettata dall’istallazione, giusto poche settimane prima dell’offensiva tedesca, di un colossale deposito di carburante sulle alture a nord della città. All’insaputa di Peiper, egli si trovava a pochi chilometri da migliaia di litri di carburante in grado di rifornire l’intera 6. SS-Panzer-Armee.

La difesa di Stavelot era, dunque, essenziale e la notte di tempo guadagnata permise agli Americani di far confluire in città la Company A del 526th Armored Infantry Battalion e la Company B del 825th Tank Destroyer Battalion che si unirono al 291st Engineer Combat Battalion già sul posto.

A memoria dei combattimenti svoltisi, vi sono alcuni memoriali all’accesso del paese.

Fra essi vi è compreso anche un M3 Halftrack posizionato a sinistra del ponte sull’Amblève.

L’attacco del Kampfgruppe “Peiper” iniziò alle quattro del mattino del 18 dicembre e debuttò con l’importantissima conquista del ponte sull’Amblève intatto.

Non appena i genieri del 9(pi.)/SS-Panzer-Regiment 1 verificarono il ponte non essere una colossale trappola in quanto non ancora minato dagli Americani, i Panzer lo superarono a tutta velocità dilagando sull’altra riva ed addentrandosi in paese. Alle dieci del mattino, Stavelot era in mano tedesche grazie principalmente all’abile assalto dei Panzergranadier del III.SS-Panzer-Granadier-Reggiment 2 comandato dal SS-Sturmbanfuhrer Diefenthal che, per quest’operazione, fu successivamente insignito della Ritterkreuz.

Le truppe americane, ritiratesi a nord di Stavelot e preferendo non correre rischi, ebbero il tempo di dare alle fiamme il deposito di 470.000 litri di benzina, privando così il Kampfgruppe “Peiper” di quel carburante la cui mancanza avrebbe successivamente segnato la sua fine. Si trattò di un grave errore di Peiper che, se avesse applicato la più basilare delle regole militari che impone la ricognizione del territorio circostante, avrebbe potuto conquistare facilmente un deposito in grado di cambiare il corso della battaglia.

Peiper preferì, al contrario, lanciarsi a tutta velocità verso Trois Ponts innestando così una corsa alla conquista dei ponti traversanti sempre l’onnipresente Amblève che  sbarravano la strada al kampfgruppe. Si trattò di una corsa che ridusse ulteriormente il carburante disponibile e che non diede i frutti sperati poiché i ponti furono distrutti uno dietro l’altro dagli Americani non appena le truppe tedesche vi si avvicinavano.

Fu questa continua caccia ad un percorso praticabile che portò il kampfgruppe a La Gleize dove Peiper radunò le proprie forze ed ordinò al Kampfgruppe “Knittel”, fino ad allora  incaricato della difesa del suo fianco sud ed appena arrivato sul posto, di fare marcia indietro e tornare a Stavelot che il 526th Armored Infantry Battalion aveva riconquistato in serata, isolando Peiper dal resto della 1. SS-Panzer-Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler”. Tale città, infatti, non vide terminare il suo ruolo nel quadro dell’offensiva delle Ardenne in quel 18 dicembre. Vitale sotto ogni punto di vista, il suo controllo era fondamentale per la sopravvivenza del Kampfgruppe “Peiper” e cambiò di mano più volte nei giorni che seguirono. Gli Americani, ricevendo costanti rinforzi, premettero sempre più contro le truppe tedesche che necessitavano del controllo del ponte sull’Amblève e delle strade verso ovest per rifornire il Kampfgruppe “Peiper” e permettergli una via di ritirata in caso di necessità. La battaglia per il controllo di Stavelot fu violentissima e durò giorni.

Numerosi sono i segni che ancora oggi sono visibili degli scontri di allora. Una targa nella piazza centrale segna l’avanzata massima dei Tedeschi in città e non sono poche le case che mostrano gli impatti dei proiettili sui muri.

Di particolare notorietà sono alcuni scatti mostranti un Tiger II abbandonato a Stavelot.

Si tratta del Panzerkampfwagen VI Ausf.B “Tiger II” dello Schwere SS-Panzer-Abteilung 501 numero “105” al comando del SS-Obersturmfuhrer Jurgen Wessel. Il 18 dicembre 1944, nel corso dei combattimenti per il controllo della città, il Tiger II in oggetto fu attaccato a cortissima distanza da un Tank Destroyer M10 che ne danneggiò il cannone rendendolo inutilizzabile. Mentre tentava di sganciarsi dai combattimenti, il carro fu attaccato una seconda volta da un gruppo anticarro americano armato di Bazoooka. A questo punto il pilota del Tiger II ingranò la retromarcia per sottrarsi dallo scontro e mettersi al coperto imboccando Rue Haut Rivage. E’ qui che il carro sfuggì al controllo dell’equipaggio e terminò la sua corsa abbattendo una delle case che si affacciavano sulla via. Ciò sancì la fine operativa del carro ed il suo abbandono da parte dell’equipaggio.

Rue Haut Rivage è una via che è possibile imboccare girando sulla sinistra del viale principale che, dal ponte sull’Amblève, sale verso il centro città. E’ una strada molto stretta e eccezionalmente ripida. E’ sorprendente pensare che un carro della mole di un Tiger II si sia inerpicato lungo le vie medioevali di Stavelot e non deve sorprendere che il vicolo imboccato si sia trasformato in una trappola mortale per il carro armato. Il combattimento urbano è sempre estremamente pericoloso per i veicoli corazzati ed è assai temuto dai carristi di qualunque nazionalità in quanto le case consentono alla fanteria di avvicinarsi senza essere visti ed ai cannoni o carri avversari di tendere imboscate a brevissima distanza. I combattimenti a Stavelot non fecero eccezioni per entrambe le parti. Credo non sia immaginabile l’effetto terrorizzante che doveva avere un Tiger II da 69 tonnellate in movimento nelle vie di una cittadina medioevale come Stavelot!

Il punto in cui il “105” si è abbattuto contro una casa di Rue Haut Rivage coincide con una leggera curva verso sinistra dalla via.

Consultando le foto dell’epoca, il luogo esatto dell’impatto è facilmente identificabile grazie alla casa di mattoni a due piani che si scorge alle spalle del Tiger II. L’edificio in questione è ancora oggi presente e conserva particolari architettonici praticamente identici a quelli che aveva nel 1944.

Una nota folcloristica la offre un piccolo garage di recente fattura che sorge più o meno dove il carro tedesco fu abbandonato. Il proprietario dell’officina presente al suo interno è probabilmente a conoscenza di questo dettaglio storico visto che ha adottato un logo che, con scarso tatto, è identico all’aquila del III Reich.

STOUMONT

Il 19 dicembre 1944 fu un giorno di incertezza per i destini del Kampfgruppe “Peiper”. Perso ogni vantaggio offerto dall’effetto sorpresa, in enorme ritardo sulla tabella di marcia prevista, profondamente incuneato nel dispositivo difensivo alleato che ne esponeva i fianchi e le linee di rifornimento ai contrattacchi avversari, Peiper sapeva essere mancato lo sfondamento decisivo che doveva permettere il dilagare nelle retrovie americane e sentiva lentamente serrarsi attorno alla sua unità il cappio dell’accerchiamento. Ciononostante non tutto era ancora perduto, non c’era altra scelta che continuare ad avanzare sperando di dare un colpo di maglio definitivo al fronte statunitense ed augurarsi che le unità vicine riuscissero a tenere il suo passo assicurando i fianchi del kampfgruppe.

Primo obbiettivo della giornata fu il piccolo borgo di Stoumont. L’attacco iniziò alle 8:30 del mattino. Coperti dalla nebbia, i Panzergranadier sorpresero ed annientarono le posizioni anticarro della prima linea americana senza che queste riuscissero a tirare un solo colpo. Seguì un furioso combattimento strada per strada durante i quali i carri americani si diedero alla fuga lasciando i fanti soli a fronteggiare l’assalto  del Kampfgruppe “Peiper”. Due ore dopo Stoumont cadde saldamente in mano tedesche ma il paese fu, insieme a Cheneux, l’ultima località di cui il kampfgruppe prese il controllo. I tentativi di proseguire verso Targnon furono irrimediabilmente arrestati da reparti americani ben trincerati che, respingendo ogni attacco susseguitosi durante la giornata, bloccarono i Tedeschi concedendo un nuovo giorno alle forze americane per far confluire rinforzi nell’area.

Stoumont è, a mio parere, una delle mete più interessanti lungo il percorso del Kampfgruppe “Peiper”. L’attacco del 19 dicembre fu filmato da un Kriegsberichter al seguito del kampfgruppe e, conseguentemente, è ancora oggi offerta la possibilità di ritrovare i luoghi protagonisti dell’evento.

Il corrispondente filmò prima di tutto l’attacco di alcuni Panther Ausf.G a nord-est del paese, in direzione del piccolo conglomerato di case che porta il nome di Roua.

I tre Panther formavano un halbzug (mezza sezione – uno zug, o plotone, era composto da sei carri) al comando del SS-Unterscharfuhrer Rech. Il cameraman, sfruttando la copertura offerta da un cannone anticarro americano da 3-inch del 823rd Tank Destroyer Battalion, realizzò alcuni secondi di ripresa che mi affascinarono fin dall’infanzia. I tre Panther all’attacco, circondati da una leggera nebbiolina attraverso un campo bordato di filo spinato, trasmettono un senso di potenza inarrestabile che mi entusiasma ancora oggi. Il fascino di questa ripresa è enfatizzata dal contesto ardennese e, soprattutto, dal fatto che sono rarissime le foto/filmati che mostrano, in tutto il loro splendore, dei Panther operativi negli ultimi mesi di guerra.

Ovviamente non sono presenti particolari del territorio che possano aiutare la sicura identificazione di quello che era un semplice prato alla periferia di Stoumunt. Ciononostante voglio pensare di essere riuscito a trovare il luogo in cui si svolse la carica di quei tre Panther.

L’assalto principale investì Stoumont lungo la statale RN33, asse stradale attraversante il paese. Una nuova ripresa del corrispondente di guerra mostra alcune scene dei combattimenti svoltisi. Fu il Panther numero “225” del SS-Rottenfuhrer Franz Prahm a penetrare nella città per primo costeggiando i resti di un M4 Sherman distrutto poco prima. In pochi, drammatici istanti il Panther venne ripetutamente colpito da un cannone antiaereo americano da 90mm. Prahm ed il radiotelegrafista morirono sul colpo mentre il pilota, unico ad estrarsi dal carro in fiamme, venne gravemente ferito ad una gamba da un raffica di mitragliatrice. Mentre un Panzer IV Ausf. J del 6./SS-Panzer-Reggiment 1 rispondeva colpo su colpo e cambiava di posizione innestando la retromarcia, alcuni paracadutisti del III./Fallschirmjäger-Regiment 9 si precipitarono in aiuto del ferito trascinandolo al coperto di una siepe. Disceso dal suo Befehlspanther, lo SS-Sturmbannfuhrer Werner Potschke, comandante del I./SS-Panzer-Reggiment 1, accorse anch’egli per avere notizie del ferito (la cui gamba venne successivamente amputata). Potschke, accortosi del momento critico e dell’esitazione dei Panther ad avanzare di fronte alla violenza del fuoco avversario, si impossessò di un Panzerfaust minacciando gli equipaggi di farne uso contro di loro se non proseguivano l’attacco. Il metodo ben poco ortodosso diede, però, i suoi frutti. I nidi di resistenza americani non ressero contro l’urto dei Panzer e la cittadina cadde di li a poco.

L’intera, drammatica sequenza si svolse di fronte ad una casa dotata di alcune caratteristiche strutturali molto particolari (prima fra tutte la copertura in legno di tutto il primo piano) . Essa è visibile ancora oggi e facilmente riconoscibile a patto che si tenga presente che, nel corso degli anni, l’abitato di Stoumont è cresciuto, perciò la casa non è più lungo il perimetro esterno del paese bensì al suo interno. Il prato su cui, settanta anni fa, si muoveva il Panzer IV Ausf.J del filmato,  è ora il piazzale della locale caserma di polizia. La RN33 non passa di fronte alla casa bensì un poco più a monte. E’, quindi necessario, abbandonare la strada statale girando a sinistra poco dopo essere entrati nell’abitato. La vista laterale della casa è tanto nota quanto oggi nascosta da alcuni alti cespugli. L’identificazione non è comunque difficile considerando che gli abitanti vi hanno anche appeso un fotogramma del filmato a ricordo degli eventi che lì si svolsero.

La ripresa fatta dal corrispondente di guerra procede seguendo i Panther che si addentrano nel villaggio passando a fianco della chiesa di Stoumont.

E’ evidente la difficoltà che avevano i veicoli corazzati, soprattutto se dai volumi notevoli come un Panther da 45 tonnellate, ad operare nei piccoli villaggi delle Ardenne. Passeggiando per la via di allora, si coglie appieno questa realtà nonché le ragioni della conseguente esitazione degli equipaggi ad addentrarsi nel paese. A peggiorar la situazione, due case creano una strozzatura proprio in un punto oggetto delle riprese del Kriegsberichter già autore della sequenza sopra descritta e che, seguendo l’avanzata del kampfgruppe, filmò sia l’arrivo dei Panther in tale luogo che il successivo passaggio dei prigionieri americani catturati dagli uomini di Peiper a combattimenti terminati.

Quei due particolari edifici non sono facilmente identificabili ma esistono ancora e si trovano lungo la stessa strada della casa precedente. Per scovarli è necessario studiare con attenzione i fotogrammi del filmato.

La casa sulla destra è caratterizzata da un tetto spiovente dalla forma particolare. Quella sulla sinistra, invece, ha alcuni elementi riconoscibili come il comignolo e la posizione di porte e finestre.

Attualmente alcuni di questi particolari sono nascosti da siepi e alberi ma non sfuggiranno ad un occhio attento. La corretta identificazione della strettoia attraversata dai Panther può essere data per certa.

LA GLEIZE

Il 20 dicembre 1944 segnò l’inizio della fine per il Kampfgruppe “Peiper”. Impossibilitato ad avanzare e con le proprie retrovie sempre più esposte alla pressione avversaria (soprattutto a Stavelot) che impediva il passaggio dei rifornimenti necessari, divenne ben presto evidente a Peiper che l’accerchiamento e l’annientamento erano solo questione di tempo. Le sue richieste di essere autorizzato a ripiegare furono sempre ignorate dal SS-Oberfuhrer Wilhelm Mohnke, comandante della 1. SS-Panzer-Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler”, convinto di poter ancora salvare la situazione con attacchi mirati a cacciare gli Americani dai punti nevralgici per la sopravvivenza del kampfgruppe.

Furono vane speranze, le forze tedesche erano ormai troppo logorate e disperse verso obiettivi troppo ambiziosi per poter intervenire con la forza necessaria, soprattutto considerando che erano già stati impiegati tutti i reparti lasciati come riserva strategica. Si persero, così, giorni preziosi che avrebbero potuto salvare l’unità. Il 21 dicembre, Peiper decise di abbandonare Stoumont ed di trincerarsi a La Gleize in attesa di aiuti che non arrivarono mai.

Il 22 dicembre, mentre una forte perturbazione ricopriva le Ardenne di una spessa coltre di neve, il Kampfgruppe “Peiper” fu sottoposto per tutta la giornata al fuoco incessante dell’artiglieria americana. Ormai accerchiato, a corto di munizioni, viveri, medicinali e con gran parte dei propri veicoli immobilizzati per la mancanza di benzina, il kampfgruppe, dispiegato in posizione difensiva introno a La Gleize, era ridotto a soli 1.500 uomini appoggiati da 13 Panther, 6 Panzer IV e 6 Tiger II, nei serbatoi dei quali erano state travasate le utile gocce di carburante rimasto. La Luftwaffe predispose, fra il 22 ed il 23 dicembre, una raid notturno con lo scopo di rifornire l’unità paracadutando materiale su La Gleize. Peiper diede disposizioni affinché il terreno scelto come obiettivo del lancio aereo fosse reso visibile dall’alto grazie al fuoco incrociato di mitragliatrici alimentate con proiettili traccianti. Questo espediente non evitò un fiasco completo. La Luftwaffe, dissanguata da cinque anni di combattimenti su tutti i fronti, era stata costretta ad affidare la missione a piloti di Junker 52 totalmente inesperti che, nervosi ed ansiosi di rientrare alla base, sganciarono il materiale in modo del tutto casuale ed arbitrario. Più del 90% dei rifornimenti paracadutati finì nel territorio controllato dagli Americani. Nella stessa notte fallirono anche i tentativi di soccorrere gli uomini di Peiper compiuti dalla 9.SS-Panzer-Division “Hohenstaufen” e svanì, così, l’ultima speranza di salvezza del Kampfgruppe “Peiper”. Ciononostante i combattimenti proseguirono furiosi ed accaniti. Tutti gli attacchi americani furono respinti fino al 23 dicembre, data durante la quale il comando tedesco autorizzò finalmente Peiper a sganciasi e raggiungere linee amiche. Ricevuta tale comunicazione alle ore 17, Peiper diede ordine di distruggere tutti i veicoli ancora operativi ma ormai privi di carburante e, non potendo portare con sé i feriti incapaci di camminare, essi dovettero essere lasciati sul posto sotto la custodia di due medici militari insieme ai centosette prigionieri ancora nelle mani dei Tedeschi.  Alle ore 23, Peiper riunì gli ufficiali e predispose con essi le direttive necessarie a consentire la fuga degli ultimi 800 uomini validi rimasti al kampfgruppe. Alle 2 del mattino del 24 dicembre, portando con se il minimo indispensabile, i superstiti si avviarono a piedi verso sud nella speranza di infiltrarsi fra le linee americane e, sfruttando la copertura dei fitti boschi della zona, raggiungere le linee ancora tenute dal  Kampfgruppe “Hansen”. Per farsi riconoscere dalle truppe amiche, la parola d’ordine predisposta aveva un sentore di drammatica ironia: “Frohe Weihnachteh” (Buon Natale).

Verso le 10 del mattino, i fuggitivi raggiunsero il ponte ferroviario di La Venne, primo ostacolo rilevante sul loro cammino verso la salvezza. Il viadotto era spazzato dagli obici americani e qualsiasi tentativo di attraversalo avrebbe significato morte sicura. Quello che, però, era sfuggito agli osservatori d’artiglieria statunitensi, è che l’ombra del ponte nascondeva una esile passerella di legno usata per la manutenzione dello stesso. Sfruttando tale copertura, i fuggiaschi riuscirono ad attraversare di nascosto il fiume che sbarrava loro la via proprio mentre le forze americane, lanciato l’ennesimo assalto su La Gleize, si accorgevano essere il paese completamente deserto ad esclusione dei feriti e dei prigionieri lasciati sul posto. Si scatenò, così, un caccia all’uomo senza quartiere alimentata dal desiderio degli Americani di catturare tutti i membri di quel reparto che aveva loro creato tanti problemi. Nel tardo pomeriggio, attraversando la strada Basse-Bodeux-Trois Points, i fuggitivi tedeschi ingaggiarono combattimento con uno Sherman accompagnato da elementi della 82nd Airborne Division. Sfruttando l’oscurità ormai calante, essi riuscirono a superare il posto di blocco americano e, all’alba del 25 dicembre, 770 uomini raggiunsero le linee tedesche dopo 33 ore di marcia.

Terminava così l’epopea del Kampfgruppe “Peiper” che, punta di diamante dell’offensiva tedesca nelle Ardenne, si ridusse ad un pugno di uomini sfuggiti per miracolo all’annientamento totale. L’odissea di questi soldati non finì però lì, l’esercito tedesco era troppo esangue per permettere a chiunque riposo e ristoro. Il 27 dicembre i sopravvissuti del kampfgruppe furono di nuovo inquadrati nella 1. SS-Panzer-Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler”, divisione a cui appartenevano, e con essa furono inviati sul fronte di Bastogne.

A La Gleize, il Kampfgruppe “Peiper” abbandonò tutti i veicoli ad esso rimasti e consistenti in: 6 Panther Ausf. G, 6 Panzer IV Ausf H e J, 6 Tiger II, 47 semicingolati Sdkfz.251 e 250, 3 autoblindo Sdkfz.234/2 “Puma”, 6 cannoni d’artiglieria da 10.5cm, 1 Flakpanzer IV “Wirbelwind”,  4 mortai da 12cm, 4 Flak da 2cm e 14 veicoli vari.

Fra essi va anche annoverato il Panther Ausf.G codice “221” del SS-Hauptscharfuhrer Heinz Knappich del 2./SS-Panzer-Reggiment 1.

Il carro fu abbandonato nella notte del 23-24 dicembre e rappresenta una vera e propria rarità facendo parte di quella ventina di Panther realizzati dalla MAN a settembre del 1944 ed equipaggiati con Stahlrollen, lo speciale treno di rotolamento composto da ruote interamente in metallo (le ruote standard dei Panther erano bordate di gomma). Il Panther “221” fu fotografato dagli Americani lungo la strada principale che attraversa La Gleize, sul lato opposto rispetto ad una casa che esiste ancora oggi e che è facilmente identificabile grazie ad evidenti caratteristiche architettoniche.

A La Gleize è presente quello che non ho timore a definire il miglior museo militare nelle Ardenne: il “December 44 Museum”. Esso non solo ha di fronte ad esso un Tiger II appartenuto proprio al Kampfgruppe “Peiper” ma possiede anche una incredibile collezione di reperti raccolti dopo la guerra nei dintorni della città.

E’ una meta da non perdere e di cui parlerò ampiamente in separato articolo.

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Informazioni su Andrea

Fervente modellista da tanti anni, mi destreggio fra la passione per la storia militare e l'amore per i cavalli e la natura. Convinto sostenitore della mobilità alternativa a piedi ed in bicicletta, cerco sempre nuove mete che mi arricchiscano nel corpo e nello spirito.
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2 risposte a IL KAMPFGRUPPE “PEIPER”

  1. Luigi ha detto:

    Con la determinazione, costanza e sprezzo del pericolo, che ci contraddistingue (certo non inferiore a quella di Joachim!), siamo giunti alla fine di questo documentatissimo resoconto (comignoli, davanzali, insegne e strettoie compresi) e siamo ENTUSIASTI di sapere che non è finita qui!
    Nell’apprendere che ci sarà pure un seguito, siamo stati presi da un attacco di ansia (e panico) da attesa.
    COMPLIMENTI! Von Klauscewitz (non sò se è scritto correttamente) era un dilettante.

    La tua mamma e il tuo papà.

    Mi piace

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