“LAND OF MINE” di Martin Zandvliet

Land of Mine locandina

Benché se ne abbia una scarsa consapevolezza, quanto avvenuto durante le due guerre mondiali del secolo scorso condiziona ancora oggi la realtà europea e non solo. La Seconda Guerra Mondiale è certamente quella che, per numerose ragioni, ha avuto cause, svolgimento ed effetti le cui conseguenze ed i cui fantasmi serpeggiano con maggior forza ai giorni nostri. L’argomento è, più o meno inconsciamente, ancora così sensibile che, benché siano passati più di settant’anni dalla sua conclusione, restano assai rari i film che, con un minimo di obiettività e di realismo, raccontano fatti piccoli o grandi del secondo conflitto mondiale. Paradossalmente, in un’epoca come la nostra ove un nuovo “nemico” appare alle porte, sono tornati in auge film propagandistici che, nonostante i moderni effetti speciali, non hanno nulla da invidiare in fatto di retorica e mancanza di realismo alle pellicole americane degli anni cinquanta e sessanta. Recente esempio in tal senso è “Fury” con Brad Pitt, un coacervo imbarazzante di assurdità eroistiche come non si vedeva da anni. Come spesso accade, sono le piccole produzioni ad andare in controtendenza rispetto alle grandi major americane e “Land of Mine” ne rappresenta la più recente dimostrazione.

Terminata la guerra, i vincitori deportarono centinaia di migliaia di soldati tedeschi con l’onere di sacrificarsi per riparare ai danni ed ai delitti perpetrati dal regime nazista. In Danimarca essi furono sfruttati per bonificare le spiagge da due milioni di mine lì sepolte allo scopo di contrastare un eventuale sbarco alleato. La storia di quattordici di loro è raccontata nel film in questione che con notevole maestria e grande sensibilità non solo ritorna su uno dei tanti fatti dimenticati del nostro passato ma ne svela anche la terribile crudeltà. Nel 1945, infatti, l’esercito tedesco era letteralmente dissanguato da cinque anni di conflitto e, finite le ostilità, la maggior parte dei prigionieri di guerra erano ragazzini fra i tredici ed i sedici anni. Non fa eccezione il gruppo protagonista di “Land of Mine” che, a causa delle divise che indossano, tutti considerano soldati nonostante l’evidente ipocrisia e crudeltà che ciò nasconde. Con un addestramento minimo e senza alcun interesse per il loro destino, essi sono inviati a bonificare un tratto di spiaggia in cui si nascondono 80.000 ordigni e trappole esplosive da disinnescare e rimuovere. Si salveranno solo in quattro.

Non intendo entrare in maggiori dettagli della trama perché ogni fatto è concatenato uno all’altro e di tale umanità da dover essere vissuto direttamente dallo spettatore. Ci tengo, però, ad evidenziare la qualità di questo film che, grazie agli sguardi dei protagonisti ed ai loro sogni di bambini che si alternano ai silenzi di una terra violata dalle crudeltà dell’uomo, riesce a far percepire pienamente lo strazio fisico e spirituale di ragazzi sui quali furono fatte volutamente e ferocemente ricadere le colpe dei padri. Tutto ciò è ancor più straziante in quanto dovuto all’odio cieco ed insensato dei vincitori che ha molto da spartire con i dettami del regime nazista appena sconfitto.

Il gruppo di ragazzi è sotto il comando del sergente danese Rasmussen, un uomo brutale, inselvatichito dal rancore generato dai combattimenti che ha vissuto di prima persona. Nulla sembra accomunarlo ai suoi sottoposti. Contrapponendosi ad adolescenti non ancora cresciuti ed in divise più grandi di loro, anche il suo aspetto di uomo maturo e di soldato esperto sembra creare una barriera di assoluta incomunicabilità e contrapposizione con i giovani prigionieri. Nonostante ciò, egli saprà a poco a poco ritrovare la sua umanità grazie alla forza dei ragazzini che ha di fronte ed al loro disperato desiderio di ottenere il suo rispetto ed affetto. Riuscirà, a differenza dei suoi commilitoni, a confessare a sé stesso di avere di fronte bambini innocenti e non animali tedeschi da massacrare e ciò, all’interno di un più grande dramma che i protagonisti non possono interrompere o modificare, darà comunque speranza al futuro di prigionieri e vincitori.

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Informazioni su Andrea

Fervente modellista da tanti anni, mi destreggio fra la passione per la storia militare e l'amore per i cavalli e la natura. Convinto sostenitore della mobilità alternativa a piedi ed in bicicletta, cerco sempre nuove mete che mi arricchiscano nel corpo e nello spirito.
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