“ZOOTROPOLIS” di Byron Howard, Rich Moore e Jared Bush

Zootropolis locandina

Ho da sempre un debole per gli animali antropomorfi anche se questa affermazione andrebbe in qualche modo circostanziata. Non mi riferisco, infatti, né a semplici animali parlanti né a quelli deformati in modo più o meno ridicolo stile Topolino. Al contrario perdo la testa per quelli che mantengono le caratteristiche degli animali di riferimento ma acquisiscono postura e comportamenti umani e, in forza di ciò, interagiscono in un mondo privo di esseri umani diventando loro stessi specchio di questi ultimi. Non mi sovvengono grandi esempi di questo particolare sottogenere fantastico ma certamente vi rientra a pieno titolo “Zootropolis” uscito da poco nei nostri cinema.

Sono andato a vederlo certo di godermi un bello spettacolo visivo grazie a personaggi ed ambientazioni di sicuro fascino ma non mi aspettavo una trama particolarmente originale o intricata. Mai pregiudizio fu più sbagliato! “Zootropolis” è un vero gioiellino non solo dal punto di vista estetico ma anche e soprattutto da quello della trama che è tutt’altro che scontata, sempre inaspettata e arricchita da numerose tematiche di altissimo profilo. I personaggi sono tutti molto ben caratterizzati e lo sono nel significato più ampio del termine. Gli autori non si sono limitati semplicemente ad associare il tipo di animale più consono al ruolo del personaggio coinvolto ma ne hanno anche sviluppato in modo originale e minuzioso il relativo carattere. Ciò crea una serie di psicologie che arricchiscono e completano in modo efficace una storia dalle mille sfaccettature e piani di lettura. Su quella che è la narrazione di un complesso caso poliziesco, si innestano, infatti, tutta una serie di temi affascinanti che, ad una prima visione, potrebbero passare in secondo piano ma che sono la ragione stessa del film. Ne citerò alcuni anche se una seconda o terza visione sarebbe più che giustificata per apprezzare appieno tutto quanto il film è in grado di comunicare ed insegnare. Prima di tutto segnalo, con grande sorpresa di ritrovare un argomento tanto delicato in un prodotto Disney, l’uso della paura per governare la popolazione. Il martellare la cittadinanza con l’infinita ripetizione di limitati casi di cronaca serve, infatti, a far montare il terrore di una minaccia che, benché imprecisata, permette di consolidare un permanente stato di emergenza che giustifica e rafforza il potere di pochi. Inoltre, più il nemico è millantato nascondersi fra noi ed è sommariamente additabile per predisposizione biologica, di razza e di cultura, più esso è imprecisato e generico e, conseguentemente, spaventa a tal punto da far desiderare società chiuse ed autoritarie che possano dare un falso senso di sicurezza. Tutto ciò è con grande intelligenza e sensibilità trattato in “Zootropolis” grazie al geniale utilizzo della contrapposizione prede/predatori.

Se quanto precede riguarda la complessa società mostrata nel film ed il colpo di stato che la minaccia, non meno articolato è quanto coinvolge più strettamente le psicologie e le vite dei singoli personaggi. Spiccano in particolar modo le conseguenze degli atti di razzismo subiti in tenere età, esperienze che possono drammaticamente influenzare una vita intera. Degno di nota è anche il tema, tanto caro agli Americani, dell’autodeterminazione, quella presunta capacità individuale di poter diventare e fare qualunque cosa si voglia a condizione di impegnarsi in tal senso. Questa convinzione, infantile ed utopica nello stesso tempo, è foriera di miracoli e drammi rispecchiati molto bene dalla società americana attuale (cito, a semplice esempio, l’elezione alla presidenza di un afroamericano per il primo caso ed il successo elettorale di Donald Trump per il secondo). Tale miraggio è incarnato dal tanto celebrato “sogno americano” che il film in parte sbeffeggia saggiamente, in parte celebra quale seme di grandi imprese se non contaminato da cieco egoismo. La coniglietta protagonista del film, infatti, è convinta di poter diventare un agente di polizia capace di qualsiasi azione nonostante le sue minute dimensioni. Saprà dimostrare le sue doti e le sue abilità ma solo quando accetterà i suoi limiti. E’ proprio questa presa di coscienza che gli permetterà di mettere pienamente a frutto le sue doti liberandosi dalla morsa di un’ostinazione cieca ed a volte ottusa.

In definitiva “Zoootropolis” è un film completo e, quindi, riuscitissimo. Divertente ed intelligente, ricco di spunti di riflessione gestiti con grande maestria, è nettamente superiore alle produzioni disneyane degli ultimi anni. Mi auguro questo non sia un caso isolato ma dimostri come, col tempo, l’originalità dello Studio Pixar (acquistato da Disney qualche anno fa) stia pian piano influendo e condizionando anche la casa madre e le nuove leve di autori ed animatori che vi lavorano.

Concludo con una forte perplessità sulle ragioni che hanno spinto gli adattatori italiani a cambiare il titolo originario. Esso, infatti, è “Zootopia”, nome ben più adeguato a richiamare la società narrata nel film in cui prede e predatori vivono pacificamente insieme. Tale scelta è assai discutibile anche perché il titolo originale è comprensibile anche da noi e ben più facile da pronunciare.

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Informazioni su Andrea

Fervente modellista da tanti anni, mi destreggio fra la passione per la storia militare e l'amore per i cavalli e la natura. Convinto sostenitore della mobilità alternativa a piedi ed in bicicletta, cerco sempre nuove mete che mi arricchiscano nel corpo e nello spirito.
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